La mia vita con un po' troppo testosterone per casa...
Ho modificato la grafica del blog. Quella sullo sfondo è l'incasinatissima libreria di casa Piselloni...
Lilypie - Personal pictureLilypie Kids Birthday tickers
Lilypie - Personal pictureLilypie Fourth Birthday tickers

martedì 23 aprile 2013

Amici



L’amicizia tra Checco e Ebenezer (sì, si chiama come lo Scruge dickensiano…) continua. Siamo arrivati al punto che appena torna da scuola si piazza in giardino e comincia a chiamarlo a squarciagola. E piange disperato se per caso quello non risponde. E se lo vorrebbe pure portare al mare con noi (anche no…). E dice che è il suo morosetto (oddio…). Venerdì pomeriggio ha voluto che lo portassi fino al portone del suo condominio, si è seduto davanti e l’ha aspettato. Senza nessun timore. Nel frattempo io sono tornata a casa e ad un certo punto me li vedo sbucare insieme, mano nella mano.
Ed eccoli qua:

La cosa bella è che Ebenezer è nero. Voglio dire, è una cosa che si nota al primo sguardo. Eppure mai, né Checco né Paio, hanno detto qualcosa del tipo “Ma perché la sua pelle è scura?”. Mai. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Io sono biondo, tu moro. Io ho le maniche corte, tu lunghe. Io ho la pella rosa, tu marrone. E allora?
I bambini sono il nostro futuro. Se quei quattro (per modo di dire) deficienti (non per modo di dire, proprio deficienti) che siedono in Parlamento imparassero un po’ da loro…

mercoledì 17 aprile 2013

I miei ometti



Sì, stanno crescendo…

Ieri pomeriggio ero fuori in giardino con i bambini, quando vediamo passare in strada alcuni bambini stranieri che vivono nella nostra via. Uno di questi, un bellissimo bambino africano di nome Benazel (o Ebenazel, o Venazel, devo ancora capire), va a scuola con Checco. Appena lo vede Checco gli corre incontro. “Ciao Benazel! Dai, vieni a casa mia, guarda, questo è il mio giardino, dai entra! Dai mamma, vai a dirgli che può venire!”. Superata la diffidenza iniziale dopo un po’ il nostro prato ospitava lui, suo fratello, sua sorella e un’altra bambina indiana così bella che tempo 5-6 anni farà strage di cuori. E mentre Maschio Alfa rimaneva a bocca aperta davanti al perfetto italiano di questi bambini che manco i suoi alunni di quinta, Checco, da perfetto padrone di casa, offriva loro crackers e caramelle, tirava fuori i suoi giocattoli e i suoi libri, e raccomandava di togliersi le scarpe prima di entrare in cucina.
Ed io che tanto temevo la sua timidezza e la sua poca socialità ho dovuto ricredermi. Ero così contenta che continuavo a dirglielo “La mamma è molto orgogliosa di te!” E lui, in tutta risposta “Io sono molto orgoglioso di Benezel” (Sì, gli devo spiegare il significato di “orgoglioso”…)
 E poi accadono piccoli episodi come quello di stamattina che io ero in bagno a truccarmi e i bambini in cucina. Sento il Paio che starnutisce e Checco: “Fabio, hai la caccola! Aspetta che ti pulisco io!” E, davvero, piccolo, ha preso uno scottex e ha pulito il naso moccioloso del fratellino…
O la settimana scorsa che una notte il Paio si è svegliato e lui, probabilmente svegliato anch’egli dai richiami del fratello, si è alzato, ha raccolto il ciuccio per terra e gliel’ha dato. E poi entrambi si sono riaddormentati senza che papà e mamma si accorgessero di nulla. (l’episodio ci è stato raccontato la mattina successiva dallo stesso Checco, e non ho ragione di dubitare di lui).

Beh, poi c’è il Paio. Che da poco ha raggiunto i terrible two. Che questi terrible two nel caso suo sono veramente, ma veramente terrible. Che fa capricci strada, si butta per terra, urla e agita le gambe come un indemoniato. Che se gli prende un attacco di nervi è capace di scagliare a terra qualsiasi cosa che gli capiti sotto tiro, compresi piatti e bicchieri.
Ma che sta crescendo anche lui alla velocità della luce.
Ha imparato a cantare per esempio. E lo fa senza timore, anche davanti ad un pubblico. I suoi cavalli di battaglia sono “Tanti auguri a te”, “Ciao amore”, “Il pistolero” (Zecchino d’oro 2005) e quella dell’arca di Noè, di cui non ricordo il titolo ma ci siamo capiti (Ci sono due coccodrilli, ed un orangutango…).
E ha imparato a fare il ruffiano. Se lo sgrido, o alzo un attimo la voce, lui subito si avvicina con un “Cusa, mamma” e una faccina contrita davanti alla quale ogni incazzatura si dissolve. Che poi il bello è che me lo dice anche quando magari impreco contro un vasetto di marmellata che non riesco ad aprire; “Cusa, mamma”, lo stronzetto…
E adora le storie, farsele leggere, raccontare, e raccontarle lui stesso. “Leggi, mamma”, mi dice avvicinandosi con un libro in mano. Come si fa a dirgli di no? Così ci sediamo sul divano e inizio a leggere, ma non faccio in tempo ad arrivare alla fine della prima pagina che lui deve commentare e mi deve raccontare cosa succede dopo, oppure sente il bisogno impellente di dirmi che Nemo ha paura del motoscafo.

Ecco, poi se le danno tutti e due di santa ragione, sono due maneschi allucinanti, litigano per ogni cavolata, delle volte mi fanno talmente perdere la pazienza che li mollerei lì per scappare a New York, ma stanno crescendo insieme, fratello grande e fratello piccolo, e li amo da morire.

giovedì 4 aprile 2013

Ho letto: Venivamo tutte per mare


Venivamo tutte per mare

 All’inizio del secolo scorso una schiera di donne giapponesi prese una nave che le avrebbe portate a San Francisco. Con loro portavano poche cose e la foto di quello che sarebbe stato il loro marito, giapponese anch’egli, emigrato qualche anno prima e diventato direttore di banca, proprietario terriero, stimato professionista.
Peccato che una volta sbarcate scoprissero che la realtà era ben diversa: le foto che avevano in valigia ritraevano uomini diversi, oppure molto più giovani, e i loro mariti erano poveri braccianti negli sterminati campi della California.
Inizia quindi per queste donne una vita dura, ben diversa da quella che sognavano e immaginavano. E l’autrice la descrive in ogni sua parte, il rapporto con il marito, la maternità, la crescita dei figli, il lavoro, l’inserimento brutale in un’altra società, un’altra cultura, un’altra lingua.
Fino alla tragedia che è diventata storia: dopo l’attacco di Pearl Harbour i giapponesi iniziano ad essere visti come nemici, come spie, e come tali devono essere eliminati ed internati nei campi di concentramento.
Con poche, essenziali e scarne parole la Otsuka racconta una pagina di storia che troppo spesso passa in sordina.

giovedì 21 marzo 2013

DUE



 Ti sei affacciato al mondo all’alba del primo giorno di primavera. La sala da parto risplendeva alla luce di quel primo sole quando ti ho stretto per la prima volta tra le braccia.
Sei nato che eri una bellissima pallina di ciccia, con due perle nere come occhi. Hai passato i primi mesi della tua esistenza a mangiare, dormire, fare la cacca e sorridere. Eri così “buono” che a volte quasi mi dimenticavo che c’eri, presa com’ero ad arginare le crisi di gelosia di tuo fratello grande.
E tu, piano piano, ti sei fatto largo tra di noi, come a reclamare i tuoi spazi, come a dire Guardate che ci sono anch’io!
Oh, eccome se ci sei, piccolo Paio.
Ci sei con le pantagrueliche quantità di cibo che ingurgiti, e guai se proviamo ad imboccarti perché tu vuoi assolutamente SOO, vuoi mangiare da solo.
Ci sei quando mi racconti di te, in una lingua che solo tu conosci, intercalando ogni tanto parole che mi permettono di cogliere il senso del discorso, e gesticolando, e modulando il tono di voce, proprio come un adulto.
Ci sei con quell’adorabile modo in cui pieghi le labbra quando ti sgridiamo. Oppure con quel molto meno adorabile modo con cui scagli gli oggetti a terra quando sei arrabbiato.
Ci sei quando frigni, e fingi di piangere, e parti con la nenia voio mama – voio papà, voio ciucio.
Ci sei con quell’incredibile sorriso che sfoderi quando ti vengo a prendere al nido. Ci sei quando ridi, perché tu ridi con la bocca, con gli occhi, con le guance, con la pancia e con le spalle.
Ci sei quando canti Ciao amore di Tenco e fai pure il balletto con le braccine che ti ha insegnato papà. E siccome spesso io ti chiamo amore, adesso anche tu me lo dici, AMOE.
Ci sei quando dici CUSA, anche se ancora non ha capito bene cosa significhi.
Ci sei con quel modo fisico che hai di voler bene, fatto di abbracci, carezze, testate, morsi e pizzicotti.
Ci sei quando appoggi la testa sulla mia spalla e ti rannicchi come quando eri neonato, anche se adesso sei lungo il doppio.
Ci sei quando giochi con tuo fratello, quando lo guardi ammirato, quando lo imiti, quando pieno di rabbia gli molli una sberla.
Ci sei con la tua paura dei fantasmi, dei mostri e dei lupi.
Ci sei quando dormi nel lettone e ci dai calci tutta la notte, ma con i tuoi sorrisi al mattino ti fai perdonare tutto.
Ci sei. Grazie a Dio ci sei. E oggi compi due anni, amore mio. Buon compleanno!

martedì 19 marzo 2013

Papà



Oggi ci tengo a fare gli auguri al mio di papà.
Che dopo una vita passata in azienda l’ha vista fallire. Che oggi, a 65 anni, si ritrova a fare l’operaio, perché con 500 € di pensione non si vive. Che invece di lamentarsi ringrazia Dio di aver trovato un lavoro, seppur umile. Che ha sempre un sorriso per i suoi figli e i suoi adorati nipoti. Che è la persona più bella che conosco. Buona festa del papà. E speriamo che alla prossima tu possa essere un pochino più sereno.

lunedì 18 marzo 2013

Breve post autocelebrativo

Solo per dire che sabato abbiamo festeggiato i due anni del Paio e mi sono cimentata nella mia prima torta decorata in pasta di zucchero.
Ci sono ampi margini di miglioramento, non c'è che dire, ma il risultato mi sembra comunque carino:

giovedì 14 marzo 2013

FRANCESCO

"Checco, vieni a vedere il papa nuovo si chiama come te!"
"Sì, va bene, adesso devo fare la cacca".

"Paio, guarda, il papa nuovo!"
"Sì!! Evviva! E' Tatae! (Babbo Natale, ndr)

Così, mentre i due piccoli blasfemi distruggevano la cameretta, il nuovo papa proferiva le sue prime meravigliose parole.

Per chi è credente e per chi, come noi, è legato alla figura del "poverello di Assisi", un pontefice che si chiama Francesco è segno di qualcosa che, forse, finalmente sta cambiando.