C'è un principio di incendio:
Ma niente paura, arrivano i POMPIERI:
Ed in men che non si dica l'incendio è domato:
Tranquilli, non è successo niente, solo la festa di fine anno dell'asilo nido del Paio, in visita alla caserma dei Vigili del Fuoco:
Un grazie sincero a loro perché, in un periodo in cui molte caserme restano senza benzina per le autopompe, trovano il tempo e la voglia di far divertire i bambini (e anche i genitori).
Ed eccoli, i pompieri di domani:
lunedì 20 maggio 2013
lunedì 13 maggio 2013
Ho letto: Le bambine che cercavano conchiglie
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| Le bambine che cercavano conchiglie |
C’è una famiglia, come tante altre, che vive in
una vecchia casa nel Dorset.
C’è una tragedia che un giorno la colpisce, una
tragedia delle più terribili, inimmaginabili. E la famiglia letteralmente si
disintegra. Ognuno prende la sua strada, ognuno vive il dolore da solo,
sommerso dal senso di colpa, ma nessuno riesce veramente a lasciarsi il passato
alle spalle e a ricominciare a vivere.
Passano dieci anni. Sarà una gravidanza a far
capire che i legami familiari, tra genitori e figli, e tra fratelli, affondano
le radici in un amore davvero difficile da scalfire, nonostante tutto il dolore
provato.
La storia è davvero molto triste, ed è scritta
talmente bene che ti sembra che Dora e Cassie siano tue amiche, e stai male, e
vuoi capire, e ti chiedi cosa sarebbe stato SE…
Ma, come capiranno tutti alla fine, rivangare il
passato e addossarsi colpe più o meno giustificate non serve, non potrà
cambiare nemmeno un sassolino di quel giorno. E quindi l’unica cosa da fare è
andare avanti, non vivere una vita a metà, ma fino in fondo.
venerdì 10 maggio 2013
Di possibili catastrofi
Questo mese ho fatto una cazzata.
Nel senso che due sabati fa, il 27 per la
precisione, quando io MaschioAlfa abbiamo aperto gli occhi contemporaneamente
alle 6 di mattina e abbiamo realizzato che:
- entrambi i nostri figli dormivano;
- il Paio miracolosamente giaceva ancora nel suo lettino al piano di sotto e non, come al solito, di traverso nel lettone;
- avevamo voglia di quellacosalì
quando lui mi ha chiesto “Possiamo fare senza?”,
io, con la lucidità che può avere una sveglia da due minuti, e con il desiderio
di quellacosalì che effettivamente si faceva strada, ho fatto un rapido
logaritmo e ho risposto SI’!
E così via alle danze. E a dire il vero anche il
pomeriggio.
Poi però, recuperato un fil di senno, calendario
alla mano mi sono resa conto che forse sicura sicura proprio non ero e che una
remota possibilità che fosse successo il patatrac effettivamente c’era.
Ok, niente panico, non può essere. Ma stiamo
scherzando? Un altro? Al lavoro sarebbe un casino. E poi, aspetta che prendiamo
la tabella cinese…no no cavoli, sarebbe un maschio! E dove lo mettiamo? E se
non dorme? E poi nasce in gennaio, per carità, col freddo
.
Ieri, alla fine, sono arrivate. Sospiro di
sollievo e salmi di ringraziamento a Quello lassù.
Ma in un angolino del mio cuore, qui in basso, è
rimasto un non so che di amaro, una punta di delusione che non se ne vuole
proprio andare.
Cosa vorrà dire?
lunedì 6 maggio 2013
Per le nonne. Il fottuto riposino della mattina.
No, un attimo. Se io dico questa frase
“Sarebbe
meglio che Paio non dormisse la mattina, perché sennò dopo pranzo non mi dorme
più”
c’è qualcosa di incomprensibile? Ho usato delle parole straniere? Delle
parole arcaiche? La costruzione del periodo è troppo complessa? Ci sono troppe
subordinate?
Facciamo che ve la scrivo anche in dialetto:
Saria meio che Paio nol dormise mia la matina parché senò dopo magnà nol dorme
altro.
Così va meglio?
Ma perché cara mamma e soprattutto tu, cara
suocera, vi ostinate a far dormire il Paio un po’ anche la mattina? Me lo
spiegate? Vi ho ripetuto fino allo sfinimento che anche una mezz’ora di sonno
mi pregiudica completamente il riposino pomeridiano e che, comunque, a due anni
suonati riesce ad arrivare tranquillamente all’ora di pranzo, cosa che peraltro
fa il fine settimana quando sta con me.
Ma voi no, fate di testa vostra. Perché poverino,
era tanto stanco, si è messo da solo sul divano e ha preso sonno. Ha voluto che
lo prendessi in braccio ed ha appoggiato la testina sulla mia spalla. Sti
cazzi.
E sapete qual è il risultato? Che poi io all’una
quando torno a casa e lo metto a letto, quello urla come un ossesso e non c’è
verso di farlo addormentare. E sta cosa mi fa vorticare le palle alla velocità
della luce, perché io, di quelle due ore di solitudine quando un figlio è a
scuola e l’altro (dovrebbe essere) a letto, ne ho bisogno come l’ora d’aria i
carcerati. Mi servono per stirare, per lavare il bagno, per spolverare, per
iniziare a preparare la cena e, per dio, mi servono anche per sedermi un attimo
sul divano in santa pace. E se qualcuno mi porta via quelle due ore divento
tanto ma tanto nervosa.
Anche perché poi che succede? Che Paio non
dormendo il pomeriggio arriva all’ora di cena che ha un sonno terribile e
diventa intrattabile. E allora mi verrebbe proprio la tentazione di portarvelo
lì così vi ciucciate lui, la sua luna e i suoi pianti isterici.
Grazie a Dio ci sono due mattine a settimana che
va al nido e…toh, guarda, pur passando le ore a giocare, correre e disegnare
NON DORME. Grazie a Dio due pomeriggi a settimana non torno a casa. Grazie a
Dio qualche volta c’è il papà che se lo prende e se lo porta nel lettone con
lui. E quindi respiro.
Ma da qui in avanti vi avverto, vige la seguente
regola: se fate dormire il Paio la mattina POI VE LO TENETE FINO ALLE QUATTRO.
Se fe dormire el Paio la matina dopo ve lo tegni’
fin le quatro.
Mi sono spiegata?
Ah, giusto per chiarire: Checco ha quattro anni,
il pomeriggio dorme una mezzoretta. Non di più. Giusto nel caso quest’estate,
con l’asilo chiuso, doveste badare a lui.
venerdì 3 maggio 2013
Aspetta
Ieri pomeriggio stavo giocando insieme ai bambini
con i mattoncini di legno. Checco voleva che gli costruissi un casa ed io stavo
mettendo diligentemente i pezzi uno sopra l’altro. Lui però pretendeva di
anticipare le mie mosse e mettere il tetto quando ancora io non avevo finito la
base. “Aspetta un attimo, Checco!”, sbotto ad un certo punto.
E lui: “Aspetta, aspetta, tu dici sempre
aspetta”.
Gelo totale. Avete presente una pugnalata in
pieno petto? Ecco, penso faccia meno male di questa frase che è uscita dalla
bocca di mio figlio di nemmeno quattro anni.
All’istante i miei occhi si sono riempiti di
lacrimoni, l’ho abbracciato e gli ho chiesto scusa.
Ma porca misera se aveva ragione. E che merda mi
sono sentita.
Quanti aspetta gli ho detto in questi anni…
Aspetta, devo cucinare. Aspetta, sento che dice questo in televisione. Aspetta,
leggo questa pagina e arrivo. Aspetta, mi sto vestendo. Aspetta, sto parlando.
Certo, in più di qualche occasione il mio
“Aspetta” era giustificato. Certo i bambini devono imparare anche a portare
pazienza, ad attendere il proprio turno, a lasciare spazio anche agli altri.
Ma molte altre volte, mi rendo conto, il mio
“Aspetta” era più frutto di mancanza di voglia, di stanchezza, di indisponenza.
Perché se mi sono appena seduta sul divano e mio figlio mi chiede un bicchiere
di succo è logico che non ho nessuna voglia di alzarmi, prendere il bicchiere
dalla dispensa e il succo dal frigo. Ma lui ha sete, che colpa ne ha, e il mio
aspetta gli risulta incomprensibile.
Con questo non voglio autoaccusarmi di essere
poco presente con i miei bambini. Ma sicuramente, e adesso sì mi accuso, spesso
sono talmente presa dalle mille cose da fare, dai mille pensieri, dalle mille
incombenze che l’aspetta mi esce così, senza che me ne renda conto, senza aver
compreso veramente se la richiesta che mi viene fatta sia improrogabile o meno.
Ed ho volutamente usato il termine “improrogabile”, non “importante”, perché
dal loro punto di vista, quello dei bambini, è ovvio che la loro richiesta sia
SEMPRE importante.
Ed è questo quindi quello che mi impegno a fare,
soprattutto adesso che si avvicina l’estate ed avrò più tempo per stare con i
miei figli.
Dire “aspetta” il meno possibile, solo quando è necessario, e solo
spiegando il perché devono aspettare.
Perché il tempo dedicato a loro è sempre
prezioso, perché stanno crescendo in fretta, perché arriverà in un attimo il
momento in cui io li chiamerò e loro mi diranno “Aspetta, sto finendo la
partita”.
giovedì 2 maggio 2013
Sapete quello che si dice...
...sulle particolari dote degli uomini di colore?
Ecco, quando ieri Checco e Ebenezel, che pur non
avendo ancora quattro anni sempre XY restano per cui il water è l'ultimo posto in cui fare pipì, dopo alberi e corsie d'emergenza dell'autostrada, hanno pensato bene di svuotare la vescichina contro il nostro
ulivo in giardino…ho potuto constatare di persona che non sono solo dicerie. Chapeau.
In più, insomma, era circonciso. Di nuovo chapeau.
mercoledì 24 aprile 2013
Ho letto: Ho il tuo numero
Dopo due libri piuttosto strong e lacrime versate
a gogò, avevo bisogno di qualcosa di più leggero. Ed eccola qua, la mitica
Kinsella.
La Kinsella non è solo I love shopping. Anzi, se le
avventure di Becky Bloomwood hanno, onestamente, stufato, è in tutti gli altri
romanzi, compresi quelli scritti con il suo vero nome, Madeline Wickham, che la
scrittrice dà il meglio di sé.
La trama di questo, seppur un tantino
inverosimile, è molto divertente: Poppy, a pochi giorni dal suo matrimonio,
disperata per aver perso il suo preziosissimo anello di fidanzamento, in preda
al panico per dover affrontare gli intellettualoidi futuri suoceri, come se non
bastasse viene derubata del telefonino. Quando ormai tutto sembra perduto si
accorge che in un cestino delle immondizie è stato lasciato nientemeno che un
cellulare. Senza pensarci due volte se lo mette in tasca. Solo che si tratta di
un telefonino aziendale abbandonato dalla dimissionaria assistente del capo.
Avendo bisogno estremo di un telefono pensa bene di non restituirlo, ma di
inoltrare tutti i messaggi e le mail di lavoro che riceve. E’ in questo modo
che la sua vita si intreccia con quella di Sam, il legittimo proprietario del
cellulare, con conseguenti disastri a catena.
Vabbè, non è difficile immaginare come va a finire.
E’ stata davvero una lettura piacevole, di quelle
che il libro te le porti a letto e riesci pure a non addormentarti col naso tra
le pagine. Mi ci voleva.
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