La mia vita con un po' troppo testosterone per casa...
Ho modificato la grafica del blog. Quella sullo sfondo è l'incasinatissima libreria di casa Piselloni...
Lilypie - Personal pictureLilypie Kids Birthday tickers
Lilypie - Personal pictureLilypie Fourth Birthday tickers

martedì 22 ottobre 2013

Anche noi



Ebbene sì, ci siamo dentro anche noi. Siamo entrati nel vortice e dio sa quando ne usciremo, se ne usciremo.
Lo leggevo sui blog, lo vedevo in televisione. Un po’ mi chiedevo quando sarebbe toccato ai miei figli e, di conseguenza, a tutta la famiglia. Mi sorprendevo che a quattro anni Checco non fosse ancora stato contagiato.
E mi chiedevo quanto questo avrebbe influito sul nostro menage familiare, sui discorsi a tavola, sui programmi da vedere in tv.
E’ iniziato, forse, con un cartone animato, poi è stata la volta di quel pupazzo comprato a Verona, il libretto che già avevamo in casa ed un altro, molto più specifico comprato nuovo di zecca, per finire con youtube, filmato dopo filmato, dai documentari del National Geografic alle canzoncine sceme, a pezzi di un vecchio ma sempre bellissimo film.
Sì, ci siamo dentro. I miei figli hanno scoperto i DINOSAURI. Vi prego, salvatemi.


P.S. Il vecchio e bellissimo film è, manco a dirlo, Jurassic Park. Vent’anni e non sentirli.

giovedì 10 ottobre 2013

Apologia del centro commerciale



Un centro commerciale è un complesso edilizio omogeneo nel quale si concentrano numerose attività commerciali quali punti vendita di grande distribuzione organizzata, negozi specializzati, cinema, ristoranti, banche e servizi. (cit. Wikipedia).

Si narra che l’invenzione del centro commerciale risalga ad una coppia di imprenditori del New Jersey i quali, in prossimità delle feste natalizie, portando a passeggio per le strade della loro città i loro gemellini di due mesi, si siano trovati improvvisamente nella impellente necessità di cambiare il pannolino di uno dei piccoli. Essendo troppo freddo per cambiare il bambino in equilibrio su una panchina, i due si misero alla caccia di un bar con un bagno provvisto, se non di fasciatoio, quantomeno di una parvenza di tavolino, ma la ricerca fu vana. Mentre il gemello col pannolino pieno di cacca piangeva disperato l’altro si rese immediatamente conto di avere fame. La medesima coppia quindi si rifugiò in un bar, peraltro stracolmo di clienti, e la mamma attaccò il bimbo al seno cercando di non dare troppo nell’occhio. Cosa, questa, che evidentemente non riuscì, stanti gli sguardi di riprovazione che riceveva da questo o da quell’altro avventore. In quel momento il padre notò, in un angolo del bar, una famigliola; i malcapitati genitori cercavano disperatamente di bere un caffè e contemporaneamente arginare l’irruente vivacità dei loro pargoletti che non ne volevano sapere si stare seduti al tavolino e bere il loro bicchiere di succo. Tutto questo ancora sotto gli sguardi di riprovazione che ricevevano da questo o da quell’altro avventore del bar.
Tornati finalmente a casa e ripresisi dall’allucinante pomeriggio i due imprenditori si attivarono per la
costruzione di un’area coperta dove le famiglie potessero dedicarsi allo shopping, ma dove ci fosse un’adeguata attenzione verso i più piccoli. In questa neonata area commerciale, il cui nome sembra fosse Welcome Children, predisposero dei bagni per i bambini con fasciatoio e servizi su misura, degli spazi gioco, dei locali di ristorazione con menu personalizzato, panchine e divanetti per riposarsi ed eventualmente allattare.


 Altre fonti, invece, sembrano far risalire l’introduzione del centro commerciale ad un gruppo di pediatri del North Carolina esasperati dalla fila di bambini mocciolosi e catarrosi che soggiornava perennemente nelle sale d’attesa dei lori studi. Una volta appurato che l’origine di questi malanni era un pomeriggio trascorso entrando ed uscendo a rotazione in negozi con una temperatura media di 25° quando all’esterno si stava sullo zero o di 15° quando fuori l’afa e il tasso di umidità producevano un microclima da sauna finlandese, decisero di unire le proprie forze e i propri pingui conti corrente per ristrutturare un vecchio calzaturificio dismesso e dare in gestione gli spazi ricavati a piccoli commercianti locali che aprirono lì la loro attività. Il risultato fu un’immensa area coperta (sembra che il nome di questo prototipo di centro commerciale fosse S.C.E Same Climate Everywhere)  riscaldata in inverno e climatizzata in estate dove entrare ed uscire dai negozi agevolmente, e dove fosse possibile dedicarsi allo shopping anche nei grigi pomeriggi di pioggia permettendosi il lusso di lasciare l’ombrello in macchina.

Alcuni studiosi hanno riscontrato come nella nascita dei centri commerciali un grosso imput sia arrivato dalle associazioni di disabili i quali auspicavano un’area priva delle barriere architettoniche rappresentate da quei piccoli dislivelli che si incontrano spesso all’ingresso di un negozio, dislivelli che, quasi insignificanti per chi li fa camminando, diventano insormontabili per una sedie a rotelle (o per un passeggino ndr).

Nel giro di pochi anni il fenomeno dei centri commerciali si diffuse rapidamente in tutto il mondo tanto da diventare un vero e proprio fenomeno di costume. In particolare si nota come la fruizione degli stessi abbia progressivamente perso l’esclusività del commerciale in senso stretto per connotarsi come luogo di incontro e di aggregazione.
Come scrive la nota blogger Silvia Amoricolpisello nel suo pamphlet “Dalle piramidi egizie alle Piramidi di Torri di Quartesolo. Importanza del centro commerciale nella società contemporanea”, il centro commerciale è ad oggi meta prediletta da adolescenti e da famiglie. Gli uni trovando in esso un diversivo rispetto alle “quattro vasche” in centro, diversivo peraltro molto spesso più conveniente per le loro magre tasche, le seconde riuscendo a conciliare uno shopping a condizioni vantaggiose (gli ipermercati che si trovano all’interno dei centri commerciali hanno sovente prezzi competitivi) ed un ambiente a portata di tutti.

A  chi obietta che trascorrere il pomeriggio rinchiusi in un centro commerciale possa essere nocivo per il
benessere psico fisico dell’individuo e che piuttosto sia da preferire una passeggiata in campagna o una visita al museo, la succitata blogger, nel suo celebre saggio “Analogie e differenze tra gli spaghetti all’amatriciana e l’Happy Meal”, risponde che una cosa non esclude necessariamente l’altra e che la scampagnata all’aria aperta risulta difficilmente attuabile in caso, per esempio di temperatura equatoriali o siberiane. Senza contare che un paio d’ore di shopping non hanno mai ucciso nessuno.  

martedì 8 ottobre 2013

Ho letto: Alla fine di un'infanzia felice


Alla fine di un'infanzia felice

Raramente leggo autori italiani. Trovo che siano troppo “provinciali”, troppo campanilisti, e che manchino, quindi, di quel respiro internazionale che caratterizza, per esempio, gli scrittori americani in primis, ma anche gli anglosassoni e i nordeuropei.
Questo però mi incuriosiva. L’ho preso in biblioteca e la sua lettura non ha deluso le mie aspettative.
Al di là dello stile, molto ricercato ma nello stesso tempo di facile comprensione, quello che mi ha catturato è stata soprattutto l’originalità della trama. La storia parte descrivendo Guido, un professore friulano, collaboratore di una casa editrice, che riceve un manoscritto da vagliare per la pubblicazione. L’autore è un certo Sergio Casagrande che Guido ricorda essere un amico d’infanzia.
Un po’ scocciato inizia la lettura. Il manoscritto è diviso in tre sezioni. La prima racconta alcuni episodi dell’infanzia dei due episodi nei quali Guido si riconosce. La seconda cambia totalmente tono e narra di un tradimento e di una torbida storia d’amore. La terza parte riporta al presente descrive con impressionante precisione alcuni aspetti della vita di Guido, dimostrando come Sergio, l’autore del manoscritto si stia lentamente e subdolamente intrufolando nella sua vita. A questo punto il confine tra realtà e finzione si assottiglia sempre di più…

martedì 24 settembre 2013

Il viaggione a Barcellona



"Alloggeremo in un appartamentino in affitto e per 10 giorni vivremo là, a Barcellona, un po’ turisti un po’ no, ma sempre noi quattro, in giro per una città straniera che faremo il possibile per chiamare “casa”, almeno per un po’". 

Così scrivevo il 3 luglio nel post di presentazione delle nostre vacanze.

A più di due mesi dal ritorno posso proprio dire che ci siamo riusciti…

Merito del nostro bellissimo appartamento, fornito di tutto il necessario, elettrodomestici, stoviglie, bagnoschiuma, candele profumate, dei padroni di casa gentilissimi che ci hanno cambiato tutti gli asciugamani, le lenzuola e i canovacci a metà soggiorno, quasi meglio che a casa nostra…


Merito del barrio (quartiere) di Gracia, in cui abbiamo alloggiato, lontano dalla Rambla, dalla Sagrada Familia, dal flusso dei turisti, ma proprio per questo così autentico, vero, e soprattutto vivo.
Un quartiere meta degli studenti Erasmus, e quindi pieno di ristorantini etnici, di centri culturali, di biblioteche, di scuole di ballo.
Un quartiere giovane, scelto dalle famiglie per la sua tranquillità, con minimarket ad ogni angolo, con un grande e coloratissimo mercato al coperto dove ogni mattina scendevamo a comprare il pane e il chorizo.
Un quartiere spagnolo, dove c’è vita ad ogni ora del giorno e della notte, dove si esce sempre e comunque, anche solo per quattro passi, dove anche a tarda sera trovi intere famiglie con bambini di tutte le età a divertirsi in piazza, gli adulti a bere mojito, i piccoli a scorrazzare liberi o giocare al parco giochi (ce n’è uno praticamente in ogni piazzetta…).


Merito della mentalità spagnola, forse più libera, più tranquilla, più scialla della nostra. E quindi, lasciatamelo dire, più a misura di bambino. Nessuno si fa problemi a portare i figli al ristorante, perché sanno per certo che ci troveranno altre famiglie. Nessuno si fa problemi se il figlio urla, o piange, perché nella stessa sera altri bambini urleranno e piangeranno, che male c’è.
Magari non sono così organizzati come ad esempio in Svezia, magari non ci sono i fasciatoi in tutti i bagni, o i seggioloni al bar. Ma i bambini sono i benvenuti, ovunque. Entrano gratis dappertutto, tanto per dire.
E poi trovi un parco giochi come questo.
 Una vasta area recintata all’interno dello splendido Parc de la Ciutadela. Giochi di ogni genere messi lì, a disposizione dei bambini, liberi di farci l’uso che meglio credono, animatrici che organizzano una piccola ludoteca, insomma, un paradiso…
 
Merito di Barcellona, una città che è davvero bella, e merito di un tale Anton Gaudì, che con il suo genio creativo ed eccentrico l’ha resa unica.



Merito loro, dei miei fantastici bambini, che da piccoli grandi viaggiatori si sono adattati a tutto.

Alla metropolitana

Al cibo locale (no, dico, i churros con la cioccolata calda non sono da orgasmo?!?!?!?!)

Ai musei

Alla vita all’aria aperta


E anche un po’ merito nostro, che abbiamo capito che guardare il mondo con gli occhi di un bambino è come colorarlo di meraviglia, e di magia.

Direi che un mojito ce lo siamo meritato, o no?

giovedì 19 settembre 2013

Il viaggione a Barcellona. Parte prima: l'organizzazione



Dei motivi per cui abbiamo scelto di andare a Barcellona ho già parlato qui. Passo quindi direttamente alle fasi preparatorie del viaggio.

Il biglietto aereo.

Una famiglia di quattro persone che disponga di un budget medio per le proprie vacanze si vede quasi costretta a volare con la Ryanair. Problemi zero, basta adattarsi un pochino e usare alcune accortezze per rendere il viaggio abbastanza agevole. Una di queste consiste nel prenotare i posti a sedere, cosa possibile non da moltissimo spendendo la “modica” cifra di 10 € a persona e a tratta (10 € per 4 persone andata e ritorno= 80 €). Il vantaggio è duplice: da un lato si entra di diritto nella fila di imbarco prioritario, risparmiando la terrificante bolgia di assatanati che si ammucchiano al gate per salire per primi sull’aereo. Dall’altro ci si può sedere in quelli che, a mio parere, sono i posti migliori per i bambini, la prima fila a destra, con ampio spazio davanti per muoversi e per giocare.


I bagagli.
Si sa. La Ryanair ha delle regole piuttosto ferree per quanto riguarda i battagli. Diciamo pure naziste. Nonostante questo l’anno scorso eravamo sopravvissuti ad un viaggio in Lapponia per il quale avevo dovuto portar via sia cambi leggeri che pesanti e per il quale, soprattutto disponevamo di un bagaglio a mano in meno, essendo il Paio under 2.
Quindi quest’anno ero fiduciosa e ottimista. Talmente fiduciosa e ottimista che al momento della prenotazione ho pensato bene di prenotare un bagaglio di 15 kg per la stiva, anziché 20.
E brava fessa. Perché, nonostante disponessimo di un bagaglio a mano in più, nonostante ci fossimo portati via solo abiti estivi, nonostante sapessimo di disporre di una lavatrice e quindi avessimo limitato il numero dei cambi, la valigia da caricare in stiva pesava 7-8 kg vuota, 17 piena…
Alla fine, comunque, ce l’abbiamo fatta: all’andata trasferendo un po’ di roba nei già colmi bagagli a mano, al ritorno buttando via un paio di asciugamani…
Che poi l’origine di tutti i problemi sono…

Le valigie dei bambini.
Già. Quando sono piccoli hai la grossa rogna di portarti via tutte quelle diavolerie che servono ai neonati, ed è una rogna talmente grossa che spesso si lascia perdere l’aereo e si noleggia direttamente un furgone.
Superata questa fase uno crede di essere fuori dal tunnel…e invece no! Perché i bambini grandi, se non hanno più bisogno di pappette e biberon hanno però bisogno di un milione di giochi, senza i quali non stanno fermi, si annoiano, e quindi scassano la minchia all’inverosimile, non solo in aereo, ma per tutta la durata della vacanza.
Quando si prepara una valigia per i bambini, quindi, bisogna tenere conto della necessità di farci stare non solo i loro vestiti, ma soprattutto i loro giocattoli, quelli vecchi, di casa, ed anche qualcuno di nuovo, acquistato all’uopo.
In più, per quanto tu possa comprare ai tuoi figli delle bellissime valigette fatte apposta per loro, colorate, a forma di animali, ergonomiche, puoi pur star certo che se se le portano cinque minuti già sono bravi. Per il resto tocca ai poveri genitori.

Eccoli qua i due soci entusiasti delle loro valigie nuove. Tutta apparenza, ovviamente: all’aeroporto loro due belli come il sole ed io e MaschioAlfa carichi di 1 valigione, 2 zaini, 2 bagagli per bambini, 1 passeggino…

La sistemazione.
Devo ammetterlo. Io e MaschioAlfa siamo sempre stati tipi da albergo. Magari ci piaceva cercare quelli più caratteristici, a conduzione familiare, non troppo cari, ma abbiamo sempre prenotato in albergo.
L’anno scorso, per il viaggio in Lapponia, abbiamo avuto la botta di culo di essere ospitati a casa di alcuni amici. Anzi, questi amici la casa ce l’hanno addirittura lasciata alcuni giorni mentre loro erano in montagna. Ed il viaggio è stato così bello, e rilassante, per nulla faticoso, proprio il fatto che non abbiamo fatto grandi cose, abbiamo “semplicemente” traslocato temporaneamente la nostra vita, la nostra routine, la spesa al supermercato, il giro al parco giochi, la passeggiata, le corse in giardino, in un altro paese.
Ci siamo resi conto che per una famiglia l’appartamento, o la casa, è l’ideale anche quando ci si allontana dalle classiche mete mare-montagna. Non solo per quello che si risparmia, e non è poco, non solo per la maggiore libertà negli spostamenti, negli orari, nelle regole da rispettare. E’ l’ideale perché dà l’opportunità di vivere pienamente dentro la città che visiti, dentro la cultura che ti ospita, in mezzo alla gente che stai cercando di conoscere.
Così, gira e rigira per il web, ho trovato e prenotato questo, e direi che le immagini parlano da sole…

Continua...

martedì 17 settembre 2013

Schifo



Avevo pronto un post sul viaggio a Barcellona.
Era un post carino e allegro.
Poi capita una di quelle mattine che va tutto male. Che sei già nervosa di tuo perché hai una rogna al lavoro e vorresti startene a casa. Che è giorno di mercato quindi devi sbrigarti a partire se vuoi sperare di trovare parcheggio. Che sei lì che pensi che dopo aver portato Paio al nido devi fermarti a comprare la frutta. Poi Checco si sveglia con una luna storta da preadolescente, vuoi fare colazione NO, vuoi il latte NO, vai a fare pipì NO, vieni qui che mettiamo i pantaloni NO, dai, la maglietta NO. Ed è allora che perdi la pazienza, e inizi a urlare. E tuo marito urla. E scappa uno schiaffo.
E’ uno schifo di post, lo so, ma è proprio così che mi sento stamattina.