La mia vita con un po' troppo testosterone per casa...
Ho modificato la grafica del blog. Quella sullo sfondo è l'incasinatissima libreria di casa Piselloni...
Lilypie - Personal pictureLilypie Kids Birthday tickers
Lilypie - Personal pictureLilypie Fourth Birthday tickers

martedì 24 giugno 2014

Ho letto...


LACKBERG, Il bambino segreto

L’ho già detto quanto amo questa scrittrice e perché. Non voglio ripetermi.
Questo è stato forse il libro che mi è più rimasto dentro, una storia che si radica al tempo della seconda guerra mondiale, per proseguire nella vita privata di Erika, la protagonista, e concludersi con un efferato omicidio di un anziano. Una storia di amore negato, di maternità, di sofferenza. Stupendo, non saprei come altro descriverlo.






GAMBERALE, Le luci nelle case dgli altri
Leggevo la Gamberale al tempo dell’università. Lei, mia coetanea, aveva appena pubblicato La vita sottile, prima, e Arrivano i pagliacci, poi. Mi piaceva, trovavo molto intrigante la sua scrittura, originale, soprattutto perché era così giovane.
Poi l’ho persa di vista. Sapevo che conduceva in programma in radio, ma non la ascoltavo. Sapevo che aveva scritto altri libri, ma non li ho letti.
Poi più di qualcuno mi consiglia questo. L’ho comprato, ma l’ho lasciato sullo scaffale un bel po’ di tempo per prenderlo finalmente in mano qualche settimana fa. E l’ho divorato.
Innanzitutto il titolo: quante volte, guardando verso la finestra illuminata di una casa, mi è capitato di immaginare la vita dietro quella luce, per riflettere poi sul fatto che oltre alle luci ci sono senza dubbio anche le ombre. E’ brava, la Gamberale, ad “entrare” nelle case degli altri, nella fattispecie negli appartamenti del palazzo di via Grotta Perfetta e a descrivere le relazioni tra gli inquilini. E lo fa con lo sguardo, gli occhi e il cuore di Mandorla, una ragazzina che resta improvvisamente senza la mamma e viene cresciuta fa tutte le famiglie del condominio dove lei, la mamma, faceva l’amministratrice e dove, sembra, vive il suo misterioso papà.

TROLLOPE, Le mogli dei miei figli
Iniziato nella sala d’attesa della ginecologa proprio il giorno in cui mi ha confermato l’arrivo del terzo maschio…
La traduzione in italiano del titolo (Le mogli dei miei figli vs Daughters in law – Nuore) trae forse un po’ in inganno, nel senso che effettivamente nel romanzo il centro della storia non è tanto la “suocera”, la mamma dei tre maschi, come forse speravo, quanto le famiglie dei figli, ed in particolare le tre nuore. Questo tuttavia non cambia il fatto che si tratta davvero di un bel libro, solo apparentemente “leggero”, perché l’analisi psicologica che viene fatta dei rapporti tra familiari, tra genitori e figli, tra mariti e mogli, tra suocere e nuore, tra fratelli, tra cognate, è molto sottile e offre effettivamente parecchi spunti di riflessione.
Anch’io, in teoria, un giorno sarò suocera di tre nuore… Aiuto.

giovedì 19 giugno 2014

L'imprevisto...



A gennaio, nel post di inizio anno, scrivevo:

Per quest’anno non chiedo niente di più di quello che ho già, che se fosse così già sarebbe meraviglioso.

Qualcuno lassù deve avere uno spiccato senso dell’umorismo, oppure deve essere, che so, un purista della lingua italiana. Con “NIENTE DI PIU’” intendevo proprio niente di più. E nessuno di più.
Voi capite, vero, che questa gravidanza non era propriamente nei piani del 2014?
Avevo sì, anche qui, più volte parlato di un desiderio recondito di allargare la famiglia, di un dubbio ancestrale che mi borbottava nel cuore se farlo o meno, ma, a dire il vero, ultimamente MaschioAlfa ed io avevamo cominciato a dirci che, in fondo, stavamo anche bene così, noi quattro, due adulti e due bambini, seppur entrambi maschi, in un equilibrio che stava, pur arrancando, raggiungendo la perfezione.
Invece succede che ho un ritardo. Succede che faccio un test, così, per scrupolo, perché dovevamo partire per Bologna per un weekend romantico e volevo togliermi il pensiero, sicura però che fosse negativo, che non ci fosse NESSUNA possibilità, che era impossibile, che dicono che la matematica non sia un’opinione. E invece succede che due linee chiare e nitide non abbiano lasciato spazio a nessuna interpretazione. Ero, sono, i.n.c.i.n.t.a.

Difficile descrivere tutti i pensieri che mi sono vorticati in testa da quel primo istante e per tutti questi mesi.
Inizialmente c’è stato il panico. Oddio, e adesso? Ma come cavolo facciamo?
Ho pensato alla mia età, che non è più così verde, e al rischio di problemi di salute.
Ho pensato al lavoro nuovo, che ho da poco, che mi piace parecchio e che, sì, mi dispiace lasciare.
Ho pensato alla casa, che non è grandissima. E anche la macchina.
Ho pensato ai soldi che ci vorranno per mantenere per tre figli.
Ho pensato alla vita della nostra famiglia, che verrà inevitabilmente scombussolata, ad una nuova organizzazione dei tempi, degli spazi, dei ritmi, proprio adesso che stavamo così bene.
Ho pensato alla difficoltà di gestire nel quotidiano tre bambini, il bisogno delle nonne, e quella paterna che latita, e l’asilo nido e ancora ritorna il discorso dei soldi.

Sedimentate queste preoccupazioni ne sono arrivate delle altre, più frivole, forse, ma non stupide.
La data presunta del parto, a novembre. E a parte il fatto che novembre è un mese che odio, c’è che farà freddo, le notti saranno buie e lunghe, alzarmi per la poppata sarà una tragedia. E i vestitini, tutti sbagliati, visto che gli altri due sono nati in primavera.
E le vacanze, il dover annullare il viaggio a Parigi.
E la prospettiva di un’intera estate senza carpaccio di tonno e spritz aperol. E rinunciare a correre.
E la scoperta di desiderare davvero un altro maschio, che se fosse una femmina sarebbe un casino e già ne abbiamo abbastanza.

Poi è arrivata la nausea, terribile, costante, incessante, come non avevo mai avuto nelle gravidanze precedenti. E con la nausea la mancanza di appetito, e la stanchezza e la sensazione di non farcela.

Alla fine passano i tre mesi, passa la nausea, lo diciamo in giro, lo dico al lavoro, va tutto bene. E lo vedo. Il profilo del viso, le mani, i piedi, tutto così minuscolo eppure così perfetto. Allora passa anche la paura, passa la stanchezza, passano le paranoie. E resta la gioia, vera, di fronte ad una nuova vita che sta per nascere e dell’immenso dono che, nonostante tutto mi, anzi ci è stato fatto.

Adesso sono in 21 settimane. Sto bene, anche se il caldo certo non aiuta. Lo sento muovere, ma spesso non ho il tempo di fermarmi a parlare con la pancia, tra il lavoro e gli altri due che mi prosciugano le energie.
E’ un maschietto. Si chiamerà Filippo. Sono felice. E sono certa che da novembre la nostra vita sarà un immenso casino, ma sarà meravigliosa.

giovedì 12 giugno 2014

ECCO

Giusto per spiegare perché sono sparita:


Sono quasi in 20 settimane e non occorre essere esperti ecografi per capire che questo:






è decisamento un PISELLO, il mio quarto amorecolpisello!!!!

Presto i dettagli, promesso...

giovedì 5 giugno 2014

Cinque

Al mio piccolo artista, al sognatore.
Al mio ricciolino biondo, cui il sole ha fatto spuntare delle meravigliose lentiggini.
Al mio piccolo con un animo sensibile ed emotivo.
Al mio testone capriccioso.
Ai tuoi occhioni luccicanti, e a quell'incredibile sorriso che avevi stamattina quando ti sei svegliato.
Al mio bambino grande, che oggi compie cinque anni e che amo ogni giorno di più.
Tanti auguri.

venerdì 21 marzo 2014

TRE



Buongiorno Trippone!
Lo sai che oggi è il tuo compleanno, vero?
Sicuramente ti sveglierai con il tuo solito ottimo umore, cantando ancora prima di aprire gli occhi. E poi mi farai la domanda fatidica: “Oggi io COSA vado?”. Appena ti risponderò “A scuola!” il tuo umore cambierà in meno di mezzo secondo e l’ira funesta si impossesserà di te. “No voio! No voio” con lacrime finte e urla da svegliare il quartiere.
Ma dai, sciocchino, che in realtà il nido ti piace tantissimo, e sei anche un po’ innamorato della Stefi, la tua maestra…E poi oggi devi portare la torta e tutti i bambini ti canteranno tanti auguri. Vedrai come ti divertirai!
Ti porterò io a scuola, ma prima ci fermeremo, come al solito a prendere il pane; lungo il tragitto mi racconterai un sacco di cose e canterai a squarciagola canzoni nella tua personale interpretazione della lingua inglese. E quando verrò a prenderti, all’una, so già che mi regalerai uno dei tuoi bellissimi sorrisi.
“Cos’hai mangiato oggi a scuola?” “CACCA E PIPI’”. Ed eccolo qua il furbetto che emerge! Quanto ti piace prenderci per il culo… Ma non si diceva che i bambini l’ironia non la capiscono?
Mi fai morire dal ridere quando ti dico di fare una cosa e tu fai finta di non capire e sfoderi un Eh? che di più sbruffone non c’è.
Mi fai meno ridere quando ti sgrido e in tutta risposta tu mi dai della stupida o cominci a darmi pedate sugli stinchi.
Mi fai ancora meno ridere quando ti meni con tuo fratello. Che poi lo sappiamo bene quanto sei attaccabrighe e che se Checco reagisce è perché proprio gli urti i nervi…
Ti voglio un bene dell’anima, lo sai, vero? A volte ti guardo e ti mangerei di baci da quanto sei bello e coccolone.
Buon compleanno cucciolotto. Ti prego, non crescere così in fretta…

mercoledì 19 marzo 2014

Ho letto...



Non ho più aggiornato la rubrica dei libri che ho letto. Che vergogna…
C’è un denominatore comune nelle mie ultime letture: sono stati romanzi di autori che conoscevo, e che amavo, ma che nonostante questo mi hanno deluso.
Eccoli qua:
ALTA TENSIONE
Un post anonimo su facebook che mette in dubbio la paternità di un bambino non ancora nato. Il padre del bambino che scompare nel nulla. Un duo rock in decadenza. La misteriosa morte di una ragazza. La malavita di New York.
Coben è un grandissimo autore di thriller. La sua genialità sta nel riuscire a tenere il filo della suspence talmente teso, fino all’ultima pagina, da non riuscire a chiudere il libro. Questo invece è diverso, la storia fatica a decollare, poi per carità ingrana ma resta comunque sotto tono rispetto agli altri cui ero abituata.





LA DONNA E' UN'ISOLA
Una traduttrice appena separata incapace di restare senza sesso più di due giorni. La sua amica incinta di due gemelle che le affida il suo bambino più grande leggermente disabile. La vincita alla lotteria e un viaggio insieme al bambino.
Di questa autrice avevo letto l’anno scorso Rosa candida, e mi era strapiaciuto. Avevo quindi grandissime aspettative, tutte tristemente deluse. Ci ho messo un’infinità a finirlo perché non riuscivo a capire dove si volesse andare a parare. Un libro che non è né carne né pesce, è poco verosimile, ma non è un fantasy, non è drammatico, non è “rosa”, non è un romanzo di formazione, se voleva essere una favola l’esperimento è riuscito male. La protagonista è alquanto antipatica e la trama talmente assurda che già me la sono dimenticata. In appendice si trova una raccolta di ricette islandesi citate nel romanzo: ecco, sono più interessanti quelle di tutto il resto del libro…
LA MANO
Una casa in vendita. Lo scheletro di una mano che spunta dal terreno in giardino. Le indagini, indietro di cinquant’anni. Una triste storia familiare.
Mankell è Mankell. Punto. Anche qui. La scrittura impeccabile, la trama avvincente, il meraviglioso Wallander. Il problema è che questo non è un romanzo, è più un racconto. Sono 130 pagine in cui quello di cui si sente veramente tanto la mancanza è la profondità psicologica che ha sempre contraddistinto i romanzi di Mankell, le incursioni nell’animo dei protagonisti, le riflessioni sulla vita in generale. La storia tiene, ma mi aspettavo qualcosa di più.



 
NOVEMILA GIORNI E UNA SOLA NOTTE
Ecco, questo invece è diverso. E molto bello.
E’ un romanzo epistolare, il che lo rende ancora più magico e suggestivo, per il non detto, per ciò che si può solo intuire, per il lirismo che si respira nelle lettere.
Durante la prima guerra mondiale uno studente di Chicago scrive una lettera ad un poetessa di Skye, in Scozia, per complimentarsi dopo aver letto una delle sue raccolte di poesie. Inizia così, tra David e Sue un’intensa corrispondenza che porta all’amore.
Durante la seconda guerra mondiale, dopo la misteriosa scomparsa della madre, una ragazza cerca di ricostruirne la storia partendo da un’unica lettera trovata nella sua camera, una lettera di un certo David ad una certa Sue.

giovedì 20 febbraio 2014

Con una settimana di ritardo: il San Valentino della famiglia Piselloni



Mi sono francamente sempre stati un tantino sulle palle quelli che San Valentino è solo una festa commerciale, e la festa dell’amore è tutti i giorni, è solo un magna magna (mi era già partito un embolo simile per Halloween, per cui vedrò di tenerlo a bada…). E non ci ho mai visto niente di male nel ricordarsi, in un modo o nell’altro, del 14 febbraio.
Da morosi i promessi coniugi Piselloni vedevano nel San Valentino un’occasione per uscire fuori a cena insieme, visto che da squattrinati studenti universitari non è che si andasse al ristorante proprio così spesso. Quindi sì, uscivamo, niente di particolarmente lussuoso o caro, spessissimo, per dire, siamo stati al ristorante cinese. E poi sì, ci facevamo un regalino, una stupidata da pochi euro, ma che bello aprire i pacchetti in macchina e baciarci al lume di lampione… Il sesso sanvalentinesco…ecco, quello dipendeva dai miei suoceri: se uscivano a cena e ci lasciavano casa libera, allora ci stava, in caso contrario si saltava, visto che farlo in macchina a febbraio anche no e visto che i miei genitori appartengono ai detrattori della festa di cui sopra per cui restavano senza ombra di dubbio a casa.

Il primo San Valentino da sposati, anno 2005, siamo usciti in pizzeria. E, mentre aspettavamo una pizza che non arrivava, col nostro tavolo incastrato a tetris coi tavoli vicini, mentre mangiavamo una pizza tutto fuorché buona, portata da un cameriere tutto fuorché cortese, il nostro pensiero non poteva non andare alla nostra casa, alla nostra cucina, al nostro divano, e, all’unisono, ci siamo detti: Ma chi ce lo fa fare?
Da allora non siamo più usciti per San Valentino. Certo, lo abbiamo sempre festeggiato, ma a casa. Il più delle volte la pizza ce la siamo fatta portare, un anno ho preparato un pic nic sul pavimento del salotto, un altro siamo stati a cena da amici, un altro ancora abbiamo invitato amici con prole per una cioccolata calda. Vicini vicini…

Quest’anno, dopo lo spritz home made, ho preparato gli spaghetti con le polpettine, quelli del film Lilli e il Vagabondo, e una torta rigorosamente a forma di cuore con cioccolato e lamponi. Abbiamo cenato tutti e quattro insieme, e tutti e quattro insieme ci siamo addormentati sul divano.

Poi, verso le due, il Paio ha cominciato a vomitare. Così, per tutta la notte, abbiamo pulito vomito e cambiato lenzuola. Più romantico di così…

lunedì 10 febbraio 2014

E son problemi!




Domenica mattina, ore 7.00. La famiglia Piselloni al completo nel lettone.

Checco: “Mamma, il mio ciccetto è diventato grande”.
Mamma: “Tranquillo, amore, la mattina è normale…”.
Paio: “Il mio ciccetto è diventato grande”.
MaschioAlfa: “Anche il mio!”.
Mamma: “La mamma saprebbe anche come risolvere il problema del papà ma finché ci siete voi nel nostro letto non posso farci niente…”.

Che dire, sono problemi. Problemi del c…..!

venerdì 24 gennaio 2014

Di sfighe e buoni propositi



Mi si perdoni se ho saltato il post di auguri natalizi e il post di inizio anno, ma la morte di mio zio è stata una tegola in testa di quelle da cui è difficile riprendersi e mi ha scombussolato un po’ i piani.
Il 2 gennaio, dopo il funerale, pensavo che quando si comincia l’anno con un funerale l’anno in questione non può andare che in meglio. Seeeee.
Due giorni dopo mia suocera capitombola a terra e si rompe il braccio. Che già rompersi il braccio, finanche il sinistro, sarebbe una disgrazia di per sé. Ma se capita a mia suocera apriti cielo. Diamole il premio di persona più sfigata d’Italia, che se lo merita, porella…
L’altro giorno, come se non bastasse, mio suocero è stato operato a tre ernie, operazione prenotata già da tempo che non è stato possibile rimandare. Così adesso mi trovo con una suocera menomata e un suocero in ospedale. Evviva.
Il tutto ha avuto ripercussioni anche sul planning della settimana, visto che la nonna paterna non può (e dio solo sa quando potrà, porella…) tenermi il Paio, ed abbiamo quindi dovuto riorganizzare i giorni al nido e i giorni con mia mamma. Sempre che non capiti qualcosa anche a lei, che allora andiamo tutti direttamente a Lourdes.

Sfighe a parte durante le vacanze di Natale ci siamo divertiti un sacco, certo con l’ombra della malinconia sempre appollaiata sulla spalla, ma cercando di farlo pesare il meno possibile ai bambini.
Ci siamo fatti il nostro classico giretto a Verona per vedere la stella cometa gigante

Quello al nostro centro commerciale di fiducia

Siamo usciti, meteo permettendo, in passeggiata


Ci siamo strafogati di porcherie

Natale con la mia famiglia, giocattoli a vagonate, carta da regalo ovunque.
L’ultimo lo abbiamo passato con un paio di  colleghi di MaschioAlfa, con relative famiglie, a casa di uno di questi. Tutti e cinque i bambini, e tutti under 5, sono rimasti svegli fino a mezzanotte passata!

Non sono mancati i classici buoni propositi per il 2014:

Mi ero riproposta di leggere di più insieme ai bambini, e ci sto riuscendo.
Mi ero riproposta di urlare di meno, ma ho già miseramente fallito.
Mi ero riproposta di essere più costante nelle pulizie di casa, e insomma, diciamo che ci sto riuscendo.
Mi sono messa a dieta. HAHAHAHAHAHAHAHA.

Vabbè, intanto siamo già arrivati alla fine di gennaio, poi arriva febbraio, il mese che odio di più in assoluto (e per fortuna che è breve), e poi marzo, con i primi giorni di primavera che spianano la strada alla bella stagione e alle vacanze da programmare.

Per quest’anno non chiedo niente di più di quello che ho già, che se fosse così già sarebbe meraviglioso.

lunedì 20 gennaio 2014

Una barzelletta in paradiso



“Non vedo l’ora di morire. Questo non è un paese per vecchi”.
Avevi detto proprio così, il giorno di Natale. Lo hai detto con quel tono da mezzo brontolone che ti caratterizzava, che non si capiva mai se scherzavi o eri serio. Lo hai detto perché a tavola c’erano troppi bambini e a te, ammettiamolo, davano un po’ fastidio.
E noi, infidi nipoti, che così tanto ti amavamo, che facevamo a gara per sederci vicino a te, lo zio scapolone, lo zio Crodaiolo, lo zio viaggiatore, lo zio che ti raccontava una barzelletta prima ancora di dirti ciao, noi ti abbiamo risposto a tono: “Anche noi, zio, che così ci lasci il soldi dell’eredità”.
Due giorni dopo ti hanno trovato senza vita, nella tua cucina.
E scusa se te lo dico, ma vaffanculo. Non doveva andare così. Proprio no. Perché tu hai avuto esattamente la morte che desideravi, senza soffrire, senza ospedale, senza medicine. Ma noi siamo rimasti qui, senza di te, a cercare un senso, una ragione, in tutto questo. E a ricordare.
Ricordi che fanno sorridere, ma che insieme feriscono, perché è troppo grande il vuoto che hai lasciato.

Come quella volta che mi hai portato a Venezia che ero una bambina, tu che Venezia l’hai sempre amata ed io che da allora ho imparato ad amarla così tanto.
Come quella volta che mi hai portato a vedere Peter Pan.
Come quando, sempre da bambina, d’estate, venivo a stare qualche giorno con te e la nonna e venivo ad aspettarti in strada quando tornavi dal lavoro, alla sera. A cena si guardava il telegiornale e tu inveivi contro i politici, e i delinquenti. “Coparli tutti!”, gridavi, mentre immaginavi i modi più trucidi per fare giustizia.
Come quando hai accompagnato me e mio marito all’aeroporto, il giorno che siamo partiti per il viaggio di nozze.
Come la lista della spesa che scrivevi in tedesco, per tenere fresca una lingua che ti piaceva così tanto. E come quando ti chiedevo di ripetermi, sempre in tedesco, 5555, che mi faceva sempre tanto ridere.
Come l’odore delle sigarette che fumavi, di una marca assurda, sigarette da camionisti, le chiamavi.
Come le domeniche che venivi a pranzo dai miei, e non ti presentavi mai a mani vuote. A volte portavi un libro: tenetelo voi, io l’ho già letto. E le barzellette, una dietro l’altra, che, dopo tutti questi anni, alcune le conoscevamo già, ma tu ne avevi sempre una di nuova in tasca. Le raccontavi sempre, in ogni momento e davanti a qualsiasi pubblico, raccontavi anche barzellette sulle vedove davanti a chi vedovo lo era veramente, ma chi se ne frega.

Come le parole del sacerdote, amico tuo, il giorno del tuo funerale: è la prima volta che Franco è il protagonista, lui era sempre dietro, defilato. Ma in questa estrema umiltà stava il tuo cuore immenso, puro e generoso.

Come le parole di quel canto meraviglioso che Bepi De Marzi scrisse 50 anni fa, che tu cantavi insieme ai tuoi Crodaioli e che io, adesso, ti voglio dedicare:

Dio del cielo
Signore delle cime
Un nostro amico hai chiesto alla montagna
Ma ti preghiamo
Sul nel Paradiso
Lascialo andare per le tue montagne.

Santa Maria
Signora della neve
Copri col bianco soffice mantello
Il nostro amico, il nostro fratello.
Su nel Paradiso
lascialo andare per le tue montagne.

giovedì 19 dicembre 2013

Deck the hall with boughs of holly, Fa la la la la, la la la la.



Avete presente i film natalizi, quelli americani, quelli che durante le vacanze te li becchi a tutte le ore del giorno in tutti i canali? Quelli con la trama assurda, con i miracoli che accadono il giorno di Natale, con Babbo Natale che esiste davvero? Quelli con la colonna sonora super sdolcinata, con le più classiche Christmas songs d’oltreoceano, con i cori di bambini che cantano in chiesa?

Ecco, io li adoro. E che pianti mi faccio a guardarli. Per quanto siano retorici, ed un po’ patetici, ci passerei proprio i pomeriggi acciambellata sul divano con un tazzone di cioccolata calda e tanti pop corn e una scorta di kleenex.

E poi…vogliamo parlare delle case che si vedono in questi film? Non sono così tremendamente, autenticamente, pacchianamente NATALIZIE?

Tipo questa?
immagine dal web
 O questa?
immagine dal web
Appena sposata fantasticavo sulla possibilità di decorare la mia di casa, su ghirlande, festoni, luci e alberi. Poi la realtà era diversa, pochi soldi, poco tempo, poca creatività, ma qualcosina riuscivo a fare.

Tutto questo fino al grande sconvolgimento epocale rappresentato dall’arrivo dei bambini. Che i miei devono essere nati con il gene dei distruggitori di alberi di natale. Che immancabilmente casa Piselloni si trovava il 1 dicembre con un bell’alberello decorato di palline e pupazzetti e il 6 gennaio con un alberello, punto. E mica tanto bello. Le palline? Per terra, frantumate, e MaschioAlfa che bestemmiava in turco se se le trovava sotto i piedi? Decorazioni in innocuo feltro? Divelte e sparse per la casa. Gnometti barbuti? Emigrati. Pacchettini di Natale tanto carucci comprati all’Ikea? Scartati e, scoperto che erano fatti di polistirolo, sbriciolati. Proviamo a coinvolgere i bambini, facciamo fare a loro le decorazioni! Sì, bravi, come se fosse servito a qualcosa.

Così, per farla breve, quest’anno mi sono rotta le palle, tanto per stare in tema, e, dopo un giro su pintertest, ho dato avvio all’operazione ALBERO DI NATALE ALTERNATIVO.

Ossia.

Ho comprato un pezzo di compensato, 1 m. per 1,5 m., spessore 4 mm.

Ho disegnato la sagoma di un abete.

L’ho fatto ritagliare dalle abili mani del nonno.

Ho comprato dello smalto all’acqua verde brillante e 3 pennelli.

Ed eccoci alla realizzazione della fase 1:


Asciugato del tutto l’albero, ho piantato dei chiodini e ci ho appeso varie minchiate accompagnate da qualche foto dei bambini scattate nel corso del 2013.

Ho fatto un casino buchino sul muro e l’ho appeso, ad altezza inarrivabile per mani barbare.

Eccolo qua:



L’idea sarebbe quella di appenderci ogni anno foto e piccole decorazioni che ricordino l’anno appena trascorso…

Soprattutto ad oggi, 19 dicembre, è ancora integro. Ed per me è già un miracolo…



In più, in questi giorni, succede che la Regione Veneto ci dà dei contributi per assumere per qualche mese dei disoccupati. Succede che io lavoro all’Ufficio Personale di un Comune e con le mie colleghe presentiamo una rosa di otto persone. Succede che chiamo io queste persone al telefono, una per una. “Signora, abbiamo pensato a lei…per sei mesi…25 ore alla settimana…non sono tanti soldi, sono 700 euro…quando vuole passi da me a firmare”. Il giorno dopo sono venuti tutti, tutti e otto. E la gioia nei loro occhi, no, non riesco a descriverla. Ecco…mi sento un po’ Babbo Natale anch’io…

lunedì 9 dicembre 2013

Le relazioni pericolose



“Sai, mamma, Alessio ed Aisha sono inmorosati!”

“Veramente? Che bella cosa! E tu, Checco, di chi sei innamorato?”

“Di Ebenezer”.

“Ah. Ma, amore, lo sai, vero, che Ebenezer è un maschietto? Non sei innamorato anche di qualche femminuccia?”

“No, io voglio molto bene a Ebenezer. Sono inmorosato con Ebenzer. Anche tu, papà, vuoi molto bene allo zio Ivan, lo zio Ivan è tuo moroso”.

“No, Checco. Io voglio molto bene allo zio Ivan, lo zio Ivan è il mio migliore amico. Io sono innamorato della mamma”.

“Anch’io sono innamorato della mamma”.

mercoledì 4 dicembre 2013

Ho letto: Le abitudini delle volpi

Le abitudini delle volpi

E’ doverosa una premessa.
Il commissario protagonista dei romanzi di Indridason è Erlendur, un uomo solo, solitario, malinconico e triste, dal carattere cupo e schivo. L’animo di Erlendur è tormentato da un tragico episodio del suo passato: quando aveva all’incirca dieci anni era andato nella brughiera con suo padre e suo fratello più piccolo. Ad un tratto erano stati sorpresi da una tempesta di neve, lui teneva per mano il fratellino ma senza che se ne accorgesse ha lasciato la presa e del bambino, Bergur, non si è più trovata traccia.
Questo fatto ha segnato la vita di Erlendur nel profondo, maturando un angosciante senso di colpa che non lo ha mai lasciato e lo ha accompagnato anche nel suo percorso professionale, tanto da infondergli un interesse quasi morboso per tutti i casi di persone scomparse nel nulla.
Nel penultimo e nel terzultimo romanzo di Indridason il lettore viene a sapere che Erlendur è partito per un viaggio nelle terre della sua infanzia nella speranza di far luce su quanto accaduto a suo fratello. Ed infatti in questi due libri le indagini, e il ruolo di protagonista, sono affidati rispettivamente a Sigurdur Oli ed Elinborg, braccio destro e sinistro del commissario.
E poi, finalmente, esce Le abitudini delle volpi, e seguiamo Erlendur nel suo viaggio, e nel suo percorso interiore alla ricerca di un barlume di serenità.
C’è anche un’altra storia che viene narrata, quella di una donna scomparsa 60 anni prima e mai ritrovata, un mistero su cui il commissario riuscirà a far luce. Ma non è questo il succo del libro.
Se non avete mai letto Indridason vi sconsiglio di partire da questo, perché lo si apprezza a fondo solo dopo aver conosciuto, e amato Erlendur e il suo dramma interiore.
Il finale è struggente. E bellissimo.

martedì 26 novembre 2013

Un modo alternativo per trascorrere la domenica sera



Domenica. Casa Piselloni, ore 20.30.
Le due piccole pesti barra terremoti ambulanti barra unni inferociti, in pieno delirio post cena o pre nanna giocano a rincorrersi intorno al tavolo. La mamma è seduta sul divano a guardare, lei, l’odiosa peppa maiala, lamentando la totale assenza di alcun programma Tv minimamente interessante in prima serata e contando i minuti che mancavano alla messa a letto delle bestie. Il papà si sta preparando la cartella per il giorno dopo.

SBANGSBATANGSBADAMSBONGBAM.

E che cazz… Ma che è sto cas…. Checco per la mis…
Oh mio dio. Checco si rialza da terra con le dita sporche di sangue. Uno sguardo al suo visino e tutto si fa chiaro: un bel taglio sul mento, uno di quelli che il cerotto non basta.

Un urlo per chiamare il papà. Un nanosecondo per decidere la puntata in pronto soccorso. Un minuto per infilarci, tutti e quattro, scarpe e giacca e si parte. Tappa dai nonni paterni per lasciare il Paio e su in ospedale.
Ora, non sono un’esperta di anatomia ma presumo che nella zona del mento passino pochi vasi sanguigni e poche terminazioni nervose. Il sangue uscito ha appena macchiato un lembo di fazzoletto e Checco non si è mai lamentato per il dolore. Fortuna nella sfortuna, dicono.

Ovviamente la sala d’attesa del pronto soccorso è piena di gente. I bambini hanno la precedenza, ci rassicurano. Solo che se continuano ad arrivare ambulanze la precedenza va, giustamente, a loro e tu, con il tuo codice verde, finisci in coda. Che poi, grande minchiata questa cosa dei colori. Voglio dire, se i bambini hanno la precedenza facciamo che ai bambini date il giallo, così sono legittimati a passare per primi. E’ inutile che mi date il verde tanto quanto gli altri, ed il numerino tanto quanto gli altri e poi mi fate passare prima di tutti gli altri. Perché se io fossi stata quella povera ragazza che si era chiusa il dito nella portiera della macchina e si era letteralmente scorticata l’unghia, se dopo quasi quattro ore che aspetto mi passa davanti un bambino “codice verde” arrivato due ore dopo di me…beh un po’ mi sarebbero girate le palle, e a ragione. Qualcuno mi potrebbe far notare che a predicar bene sono capaci tutti e che io per prima avrei dovuto cederle il nostro posto. Anche no, rispondo io, visto che a star male era mio figlio e che quando  si sta male vale il detto ognuno per sé e dio per tutti. Chiusa la parentesi.

Comunque. Le nostre due orette in sala d’attesa non ce le toglie nessuno. Checco si beve praticamente tutta l’acqua della tanica dichiarando che in ospedale l’acqua è deliziosa. Si distrae con un reportage fotografico sul raddrizzamento della Concordia. Io rimpiango di non avere in borsa, come spesso succede, un libro da leggere. MaschioAlfa trova qualcuno con cui conversare. Mando un sms a mio padre e dopo dieci minuti mi vedo arrivare lui, mia madre e mia zia e fatico le mie sette camicie per convincerli ad andare a casa. Verso le undici ci fanno finalmente entrare in ambulatorio. Risulta subito chiaro anche ai medici che ci vogliono dei punti. Il mio ometto non batte ciglio; sdraiato sul lettino osserva incuriosito gli strani strumenti disposti sul carrello, il liquido marrone che imparerà essere un disinfettante, la siringa con l’anestesia, l’ago e il filo. Ed eccolo qui, dopo il ricamino:

Quando ritorniamo in sala d’attesa realizziamo che, per fortuna, la ragazza con l’unghia scorticata era stata chiamata.
Passiamo a riprendere il Paio da mia suocera la quale suocera, nel frattempo aveva acceso tutti i lumini che aveva in casa e recitato tutte le preghiere di sua conoscenza. Ed era solo un taglietto.
Torniamo a casa, i bambini crollano in macchina, mamma e papà non hanno il minimo accenno di sonno, nonostante sia passata la mezzanotte. Ci facciamo un bicchiere di coca rum e ci mettiamo a far zapping. Alla fine siamo rimasti svegli fino all’una e mezza a guardare un film con Richard Gere.
La mattina dopo abbiamo tutti un sonno della madonna…

lunedì 11 novembre 2013

1 ora. 60 minuti.



E così, dopo tre mesi di allenamento, sono arrivata a correre la bellezza di un’ora. Un’intera ora. Senza mai fermarmi.
Io, che alla campestre arrivavo ultima. Io, che mi sono fratturata la caviglia cadendo dalla cavallina. Io, che ho rischiato di essere rimandata in educazione fisica. Io, che i miei mi portavano a camminare in montagna e non facevo altro che brontolare e imprecare fino alla vetta. Io, che il divano di casa ha la forma esatta del mio fondoschiena. Io, che iniziavo e MAI finivo gli abbonamenti in palestra. IO HO CORSO UN’ORA DI FILA.
Autoapplauso.
Sono d’obbligo i ringraziamenti:
  1. Grazie a Bruce Springsteen, che mi ha fornito la migliore playlist di sempre;
  2. Grazie alle mie scarpe da ginnastica, comprate anni fa a New York. Siete state fantastiche, avete fatto il vostro dovere. Ora riposatevi pure che mi merito un paio di scarpe nuove…;
  3. Grazie alla mia ipofisi che in questi tre mesi ha prodotto una quantità tale di endorfine da permettermi di non stufarmi mai, anzi;
  4. Grazie al mio Comune che ha costruito una pista ciclabile niente male;
  5. Grazie a mio marito, che bada ai bambini mentre corro.
  6. Grazie alle mie caviglie, che tengono botta nonostante l’avvicinarsi degli anta.

E adesso? Adesso non vedo l’ora che arrivi domani per ripetere l’impresa.