La mia vita con un po' troppo testosterone per casa...
Ho modificato la grafica del blog. Quella sullo sfondo è l'incasinatissima libreria di casa Piselloni...

martedì 26 novembre 2013

Un modo alternativo per trascorrere la domenica sera



Domenica. Casa Piselloni, ore 20.30.
Le due piccole pesti barra terremoti ambulanti barra unni inferociti, in pieno delirio post cena o pre nanna giocano a rincorrersi intorno al tavolo. La mamma è seduta sul divano a guardare, lei, l’odiosa peppa maiala, lamentando la totale assenza di alcun programma Tv minimamente interessante in prima serata e contando i minuti che mancavano alla messa a letto delle bestie. Il papà si sta preparando la cartella per il giorno dopo.

SBANGSBATANGSBADAMSBONGBAM.

E che cazz… Ma che è sto cas…. Checco per la mis…
Oh mio dio. Checco si rialza da terra con le dita sporche di sangue. Uno sguardo al suo visino e tutto si fa chiaro: un bel taglio sul mento, uno di quelli che il cerotto non basta.

Un urlo per chiamare il papà. Un nanosecondo per decidere la puntata in pronto soccorso. Un minuto per infilarci, tutti e quattro, scarpe e giacca e si parte. Tappa dai nonni paterni per lasciare il Paio e su in ospedale.
Ora, non sono un’esperta di anatomia ma presumo che nella zona del mento passino pochi vasi sanguigni e poche terminazioni nervose. Il sangue uscito ha appena macchiato un lembo di fazzoletto e Checco non si è mai lamentato per il dolore. Fortuna nella sfortuna, dicono.

Ovviamente la sala d’attesa del pronto soccorso è piena di gente. I bambini hanno la precedenza, ci rassicurano. Solo che se continuano ad arrivare ambulanze la precedenza va, giustamente, a loro e tu, con il tuo codice verde, finisci in coda. Che poi, grande minchiata questa cosa dei colori. Voglio dire, se i bambini hanno la precedenza facciamo che ai bambini date il giallo, così sono legittimati a passare per primi. E’ inutile che mi date il verde tanto quanto gli altri, ed il numerino tanto quanto gli altri e poi mi fate passare prima di tutti gli altri. Perché se io fossi stata quella povera ragazza che si era chiusa il dito nella portiera della macchina e si era letteralmente scorticata l’unghia, se dopo quasi quattro ore che aspetto mi passa davanti un bambino “codice verde” arrivato due ore dopo di me…beh un po’ mi sarebbero girate le palle, e a ragione. Qualcuno mi potrebbe far notare che a predicar bene sono capaci tutti e che io per prima avrei dovuto cederle il nostro posto. Anche no, rispondo io, visto che a star male era mio figlio e che quando  si sta male vale il detto ognuno per sé e dio per tutti. Chiusa la parentesi.

Comunque. Le nostre due orette in sala d’attesa non ce le toglie nessuno. Checco si beve praticamente tutta l’acqua della tanica dichiarando che in ospedale l’acqua è deliziosa. Si distrae con un reportage fotografico sul raddrizzamento della Concordia. Io rimpiango di non avere in borsa, come spesso succede, un libro da leggere. MaschioAlfa trova qualcuno con cui conversare. Mando un sms a mio padre e dopo dieci minuti mi vedo arrivare lui, mia madre e mia zia e fatico le mie sette camicie per convincerli ad andare a casa. Verso le undici ci fanno finalmente entrare in ambulatorio. Risulta subito chiaro anche ai medici che ci vogliono dei punti. Il mio ometto non batte ciglio; sdraiato sul lettino osserva incuriosito gli strani strumenti disposti sul carrello, il liquido marrone che imparerà essere un disinfettante, la siringa con l’anestesia, l’ago e il filo. Ed eccolo qui, dopo il ricamino:

Quando ritorniamo in sala d’attesa realizziamo che, per fortuna, la ragazza con l’unghia scorticata era stata chiamata.
Passiamo a riprendere il Paio da mia suocera la quale suocera, nel frattempo aveva acceso tutti i lumini che aveva in casa e recitato tutte le preghiere di sua conoscenza. Ed era solo un taglietto.
Torniamo a casa, i bambini crollano in macchina, mamma e papà non hanno il minimo accenno di sonno, nonostante sia passata la mezzanotte. Ci facciamo un bicchiere di coca rum e ci mettiamo a far zapping. Alla fine siamo rimasti svegli fino all’una e mezza a guardare un film con Richard Gere.
La mattina dopo abbiamo tutti un sonno della madonna…

lunedì 11 novembre 2013

1 ora. 60 minuti.



E così, dopo tre mesi di allenamento, sono arrivata a correre la bellezza di un’ora. Un’intera ora. Senza mai fermarmi.
Io, che alla campestre arrivavo ultima. Io, che mi sono fratturata la caviglia cadendo dalla cavallina. Io, che ho rischiato di essere rimandata in educazione fisica. Io, che i miei mi portavano a camminare in montagna e non facevo altro che brontolare e imprecare fino alla vetta. Io, che il divano di casa ha la forma esatta del mio fondoschiena. Io, che iniziavo e MAI finivo gli abbonamenti in palestra. IO HO CORSO UN’ORA DI FILA.
Autoapplauso.
Sono d’obbligo i ringraziamenti:
  1. Grazie a Bruce Springsteen, che mi ha fornito la migliore playlist di sempre;
  2. Grazie alle mie scarpe da ginnastica, comprate anni fa a New York. Siete state fantastiche, avete fatto il vostro dovere. Ora riposatevi pure che mi merito un paio di scarpe nuove…;
  3. Grazie alla mia ipofisi che in questi tre mesi ha prodotto una quantità tale di endorfine da permettermi di non stufarmi mai, anzi;
  4. Grazie al mio Comune che ha costruito una pista ciclabile niente male;
  5. Grazie a mio marito, che bada ai bambini mentre corro.
  6. Grazie alle mie caviglie, che tengono botta nonostante l’avvicinarsi degli anta.

E adesso? Adesso non vedo l’ora che arrivi domani per ripetere l’impresa.