La mia vita con un po' troppo testosterone per casa...
Ho modificato la grafica del blog. Quella sullo sfondo è l'incasinatissima libreria di casa Piselloni...

venerdì 31 maggio 2013

Ho riletto e visto: IL GRANDE GATSBY





Il libro è uno di quelli che bisogna leggere almeno una volta nella vita. Non dico arrivare ai patologici livelli di MaschioAlfa che lo rilegge OGNI estate, ma una volta sì.
L’ho letto la prima volta una quindicina di anni fa e mi era piaciuto molto; l’ho riletto un paio di settimane fa in vista del film. E non mi è piaciuto, mi ha incantato.
Copio e incollo da IBS che, a mio parere, ha centrato l’essenza del romanzo:

L'essenzialità, la finezza descrittiva e la nitidezza del procedimento narrativo (la storia è raccontata attraverso il punto di vista di Nick, vicino e amico di Gatsby), la creazione sapiente di personaggi indimenticabili hanno fatto ormai di questo romanzo un punto fermo, un "classico moderno". Lo scenario è quello dei frenetici anni Venti, di cui Fitzgerald stesso e la moglie Zelda furono favolosi protagonisti tra New York, Parigi e la Costa Azzurra. Attraverso le sue feste brillanti e stravaganti, il lusso e la mondanità di cui si circonda, il "grande Gatsby", il misterioso, affascinante e inquieto protagonista, non mira tuttavia che a ritrovare l'amore di Daisy. Ma è possibile ricatturare il passato? Al di là della romantica suggestione, il sogno di Gatsby diventa emblema di un sogno di assolutezza, come l'originario "sogno americano" di un Mondo Nuovo, che, come ogni sogno di purezza astratta, la realtà frantuma e disperde.

 E questa stessa essenza del romanzo è stata colta pienamente da Luhrman che è riuscito, secondo me, a 
creare un capolavoro.
Già di per sé, anche se non si avesse letto il romanzo, il film merita. Le scene delle feste orgiastiche, la colonna sonora, i costumi, la fotografia…il regista è tornato alla genialità di Moulin Rouge, dopo il polpettone Australia.
Ma è proprio conoscendo il Gatsby di Fitzgerald che ci si innamora follemente del Gatsby di Luhrman!
Azzeccatissima la scelta degli attori, non solo per la loro bravura (ma quanto ci mettono a dare un Oscar a Di Caprio?), ma soprattutto perché tutti sono la perfetta incarnazione dei personaggi del libro. Su tutti spicca senza ombra di dubbio Gatsby-Di Caprio. Sono passati più di quindici anni da Titanic e dal suo Jack Dawson, e si vede. Di Caprio più invecchia più migliora, non solo come attore. In questo film ha saputo cogliere quella che è l’essenza di Gatsby, il suo essere, dietro lo scudo luccicante di sfarzi, ricchezze e feste esagerate, un uomo profondamente solo, fragile, alla ricerca dell’amore.

giovedì 30 maggio 2013

Dopo anni



Abbiamo lasciato i bambini, già in pigiama, ai nonni.
Siamo saliti in macchina e ci siamo diretti in centro. Abbiamo parcheggiato nel solito parcheggio.
Abbiamo aspettato l’arrivo di un nostro amico, con cui avevamo appuntamento all’ingresso.
Abbiamo notato che poco era cambiato nell’arredamento dell’atrio e ci siamo stupiti di come il prezzo del biglietto fosse rimasto pressoché immutato.
Abbiamo bevuto un caffè nel solito bar.
Il biglietto ce l’ha venduto la solita signora ed è stato vidimato dal solito signore, suo marito. Entrambi hanno fatto trapelare un’espressione sorpresa appena ci hanno visti.
Ci siamo seduti nei nostri soliti posti, in prima fila, per evitare che qualcuno ci masticasse i pop corn dietro la testa.
Ci siamo goduti i trailer.
Siamo andati a fare pipì durante l’intevallo.
Siamo rimasti in sala fino alla fine dei titoli di coda.
In macchina abbiamo commentato quello che avevamo visto.

Siamo stati al cinema. Io e Maschio Alfa siamo stati al cinema dopo quattro, e dico QUATTRO anni. L’ultima volta avevo ancora il pancione, il primo.
E’ stato bello.
Domani vi dico che film abbiamo visto.

venerdì 24 maggio 2013

Se mi piaceva il freddo nascevo in Lapponia



I piani erano questi. Avrei portato Checco a scuola e Paio dalla nonna. Avrei preso una giornata di ferie e sarei rimasta a casa a riassettare e a preparare le valigie. All’una sarebbe tornato MaschioAlfa, avremmo caricato le valigie in auto, saremmo passati a recuperare la prole e via, direzione mare, per un weekend di sole, relax e cene di pesce, fino a domenica sera.

Avevo comprato un costume nuovo per me, e uno a testa per i pupi. Avevo fatto rifornimento di creme solari e bagnoschiuma al cocco. Ero riuscita, coi punti di Bottega Verde, a trovare una bellissima borsa da spiaggia. Avevo fatto rifornimento di bottigliette di acqua e brik di succhi all’ACE. Avevo comprato ai bambini i sandaletti nuovi. Avevo lavato in lavastoviglie i giochi da spiaggia e vi avevo aggiunto due pistole ad acqua comprate dai cinesi. Avevo diligentemente preparato la lista delle cose da mettere in valigia e avevo programmato il piano-bucato in modo da avere tutto pronto per stamattina. Avevo il mio Katy Reichs da leggere sotto l’ombrellone.

Non avevo fatto la spesa, tanto saremmo stati via tre giorni. Non avevo fatto nemmeno una lampada, in vista del matrimonio di mio cugino il prossimo sabato, tanto con tre giorni di mare sai come mi sarei abbronzata!
E invece è arrivata Ginevra. Che non è la città svizzera, e nemmeno un nome di donna. È una stramaledetta perturbazione che viene direttamente dalla Scandinavia, e io la Scandinavia  la adoro ma le sue perturbazioni se le tenesse, che noi abbiamo già le nostre. E la prossima volta invece di una perturbazione ci mandasse un altro thriller di Mankell, che ormai sono in astinenza.

E quindi sono qui al lavoro, come un venerdì qualsiasi, e mi girano alla grande. Non ha mai smesso di piovere e ci sono 10 gradi. Mi scappa la pipì ma ho troppa pigrizia per lasciare la mia scrivania ed andare in un bagno dove, quasi sicuramente, troverò la finestra aperta. Ho dovuto mettermi le calze, ma mi danno un fastidio assurdo, e a questo punto preferivo la sabbia nelle mutande. 

Per consolarmi stamattina ho fatto colazione al bar, con una brioche alla crema. E oggi pomeriggio porteremo i bambini al centro commerciale e andremo a mangiare al Burger King. E domani preparerò una torta piena di burro. Così lunedì invece di una bella abbronzatura sfoggerò un  pallore cadaverico ma in compenso un chiletto in più, e un brufolo. E non mi sento in colpa manco per niente.

lunedì 20 maggio 2013

Al fuoco!

C'è un principio di incendio:
Ma niente paura, arrivano i POMPIERI:
 Ed in men che non si dica l'incendio è domato:
Tranquilli, non è successo niente, solo la festa di fine anno dell'asilo nido del Paio, in visita alla caserma dei Vigili del Fuoco:
Un grazie sincero a loro perché, in un periodo in cui molte caserme restano senza benzina per le autopompe, trovano il tempo e la voglia di far divertire i bambini (e anche i genitori).
Ed eccoli, i pompieri di domani:

lunedì 13 maggio 2013

Ho letto: Le bambine che cercavano conchiglie


Le bambine che cercavano conchiglie

 C’è una famiglia, come tante altre, che vive in una vecchia casa nel Dorset.
C’è una tragedia che un giorno la colpisce, una tragedia delle più terribili, inimmaginabili. E la famiglia letteralmente si disintegra. Ognuno prende la sua strada, ognuno vive il dolore da solo, sommerso dal senso di colpa, ma nessuno riesce veramente a lasciarsi il passato alle spalle e a ricominciare a vivere.
Passano dieci anni. Sarà una gravidanza a far capire che i legami familiari, tra genitori e figli, e tra fratelli, affondano le radici in un amore davvero difficile da scalfire, nonostante tutto il dolore provato.
La storia è davvero molto triste, ed è scritta talmente bene che ti sembra che Dora e Cassie siano tue amiche, e stai male, e vuoi capire, e ti chiedi cosa sarebbe stato SE…
Ma, come capiranno tutti alla fine, rivangare il passato e addossarsi colpe più o meno giustificate non serve, non potrà cambiare nemmeno un sassolino di quel giorno. E quindi l’unica cosa da fare è andare avanti, non vivere una vita a metà, ma fino in fondo.

venerdì 10 maggio 2013

Di possibili catastrofi



Questo mese ho fatto una cazzata.
Nel senso che due sabati fa, il 27 per la precisione, quando io MaschioAlfa abbiamo aperto gli occhi contemporaneamente alle 6 di mattina e abbiamo realizzato che:

  1. entrambi i nostri figli dormivano;
  2. il Paio miracolosamente giaceva ancora nel suo lettino al piano di sotto e non, come al solito, di traverso nel lettone;
  3. avevamo voglia di quellacosalì
quando lui mi ha chiesto “Possiamo fare senza?”, io, con la lucidità che può avere una sveglia da due minuti, e con il desiderio di quellacosalì che effettivamente si faceva strada, ho fatto un rapido logaritmo e ho risposto SI’!
E così via alle danze. E a dire il vero anche il pomeriggio.
Poi però, recuperato un fil di senno, calendario alla mano mi sono resa conto che forse sicura sicura proprio non ero e che una remota possibilità che fosse successo il patatrac effettivamente c’era.

Ok, niente panico, non può essere. Ma stiamo scherzando? Un altro? Al lavoro sarebbe un casino. E poi, aspetta che prendiamo la tabella cinese…no no cavoli, sarebbe un maschio! E dove lo mettiamo? E se non dorme? E poi nasce in gennaio, per carità, col freddo
.
Ieri, alla fine, sono arrivate. Sospiro di sollievo e salmi di ringraziamento a Quello lassù.
Ma in un angolino del mio cuore, qui in basso, è rimasto un non so che di amaro, una punta di delusione che non se ne vuole proprio andare.
Cosa vorrà dire?

lunedì 6 maggio 2013

Per le nonne. Il fottuto riposino della mattina.



No, un attimo. Se io dico questa frase 

“Sarebbe meglio che Paio non dormisse la mattina, perché sennò dopo pranzo non mi dorme più” 

c’è qualcosa di incomprensibile? Ho usato delle parole straniere? Delle parole arcaiche? La costruzione del periodo è troppo complessa? Ci sono troppe subordinate?
Facciamo che ve la scrivo anche in dialetto: 

Saria meio che Paio nol dormise mia la matina parché senò dopo magnà nol dorme altro.

Così va meglio?
Ma perché cara mamma e soprattutto tu, cara suocera, vi ostinate a far dormire il Paio un po’ anche la mattina? Me lo spiegate? Vi ho ripetuto fino allo sfinimento che anche una mezz’ora di sonno mi pregiudica completamente il riposino pomeridiano e che, comunque, a due anni suonati riesce ad arrivare tranquillamente all’ora di pranzo, cosa che peraltro fa il fine settimana quando sta con me.
Ma voi no, fate di testa vostra. Perché poverino, era tanto stanco, si è messo da solo sul divano e ha preso sonno. Ha voluto che lo prendessi in braccio ed ha appoggiato la testina sulla mia spalla. Sti cazzi.

E sapete qual è il risultato? Che poi io all’una quando torno a casa e lo metto a letto, quello urla come un ossesso e non c’è verso di farlo addormentare. E sta cosa mi fa vorticare le palle alla velocità della luce, perché io, di quelle due ore di solitudine quando un figlio è a scuola e l’altro (dovrebbe essere) a letto, ne ho bisogno come l’ora d’aria i carcerati. Mi servono per stirare, per lavare il bagno, per spolverare, per iniziare a preparare la cena e, per dio, mi servono anche per sedermi un attimo sul divano in santa pace. E se qualcuno mi porta via quelle due ore divento tanto ma tanto nervosa.
Anche perché poi che succede? Che Paio non dormendo il pomeriggio arriva all’ora di cena che ha un sonno terribile e diventa intrattabile. E allora mi verrebbe proprio la tentazione di portarvelo lì così vi ciucciate lui, la sua luna e i suoi pianti isterici.

Grazie a Dio ci sono due mattine a settimana che va al nido e…toh, guarda, pur passando le ore a giocare, correre e disegnare NON DORME. Grazie a Dio due pomeriggi a settimana non torno a casa. Grazie a Dio qualche volta c’è il papà che se lo prende e se lo porta nel lettone con lui. E quindi respiro.

Ma da qui in avanti vi avverto, vige la seguente regola: se fate dormire il Paio la mattina POI VE LO TENETE FINO ALLE QUATTRO.
Se fe dormire el Paio la matina dopo ve lo tegni’ fin le quatro.
Mi sono spiegata?

Ah, giusto per chiarire: Checco ha quattro anni, il pomeriggio dorme una mezzoretta. Non di più. Giusto nel caso quest’estate, con l’asilo chiuso, doveste badare a lui.

venerdì 3 maggio 2013

Aspetta



Ieri pomeriggio stavo giocando insieme ai bambini con i mattoncini di legno. Checco voleva che gli costruissi un casa ed io stavo mettendo diligentemente i pezzi uno sopra l’altro. Lui però pretendeva di anticipare le mie mosse e mettere il tetto quando ancora io non avevo finito la base. “Aspetta un attimo, Checco!”, sbotto ad un certo punto.

E lui: “Aspetta, aspetta, tu dici sempre aspetta”.

Gelo totale. Avete presente una pugnalata in pieno petto? Ecco, penso faccia meno male di questa frase che è uscita dalla bocca di mio figlio di nemmeno quattro anni.
All’istante i miei occhi si sono riempiti di lacrimoni, l’ho abbracciato e gli ho chiesto scusa.
Ma porca misera se aveva ragione. E che merda mi sono sentita.
Quanti aspetta gli ho detto in questi anni… 

Aspetta, devo cucinare. Aspetta, sento che dice questo in televisione. Aspetta, leggo questa pagina e arrivo. Aspetta, mi sto vestendo. Aspetta, sto parlando. 

Certo, in più di qualche occasione il mio “Aspetta” era giustificato. Certo i bambini devono imparare anche a portare pazienza, ad attendere il proprio turno, a lasciare spazio anche agli altri.
Ma molte altre volte, mi rendo conto, il mio “Aspetta” era più frutto di mancanza di voglia, di stanchezza, di indisponenza. Perché se mi sono appena seduta sul divano e mio figlio mi chiede un bicchiere di succo è logico che non ho nessuna voglia di alzarmi, prendere il bicchiere dalla dispensa e il succo dal frigo. Ma lui ha sete, che colpa ne ha, e il mio aspetta gli risulta incomprensibile.
Con questo non voglio autoaccusarmi di essere poco presente con i miei bambini. Ma sicuramente, e adesso sì mi accuso, spesso sono talmente presa dalle mille cose da fare, dai mille pensieri, dalle mille incombenze che l’aspetta mi esce così, senza che me ne renda conto, senza aver compreso veramente se la richiesta che mi viene fatta sia improrogabile o meno. Ed ho volutamente usato il termine “improrogabile”, non “importante”, perché dal loro punto di vista, quello dei bambini, è ovvio che la loro richiesta sia SEMPRE importante.
Ed è questo quindi quello che mi impegno a fare, soprattutto adesso che si avvicina l’estate ed avrò più tempo per stare con i miei figli. 

Dire “aspetta” il meno possibile, solo quando è necessario, e solo spiegando il perché devono aspettare.

Perché il tempo dedicato a loro è sempre prezioso, perché stanno crescendo in fretta, perché arriverà in un attimo il momento in cui io li chiamerò e loro mi diranno “Aspetta, sto finendo la partita”.

giovedì 2 maggio 2013

Sapete quello che si dice...

...sulle particolari dote degli uomini di colore?


Ecco, quando ieri Checco e Ebenezel, che pur non avendo ancora quattro anni sempre XY restano per cui il water è l'ultimo posto in cui fare pipì, dopo alberi e corsie d'emergenza dell'autostrada, hanno pensato bene di svuotare la vescichina contro il nostro ulivo in giardino…ho potuto constatare di persona che non sono solo dicerie. Chapeau. 
In più, insomma, era circonciso. Di nuovo chapeau.