La mia vita con un po' troppo testosterone per casa...
Ho modificato la grafica del blog. Quella sullo sfondo è l'incasinatissima libreria di casa Piselloni...

giovedì 19 dicembre 2013

Deck the hall with boughs of holly, Fa la la la la, la la la la.



Avete presente i film natalizi, quelli americani, quelli che durante le vacanze te li becchi a tutte le ore del giorno in tutti i canali? Quelli con la trama assurda, con i miracoli che accadono il giorno di Natale, con Babbo Natale che esiste davvero? Quelli con la colonna sonora super sdolcinata, con le più classiche Christmas songs d’oltreoceano, con i cori di bambini che cantano in chiesa?

Ecco, io li adoro. E che pianti mi faccio a guardarli. Per quanto siano retorici, ed un po’ patetici, ci passerei proprio i pomeriggi acciambellata sul divano con un tazzone di cioccolata calda e tanti pop corn e una scorta di kleenex.

E poi…vogliamo parlare delle case che si vedono in questi film? Non sono così tremendamente, autenticamente, pacchianamente NATALIZIE?

Tipo questa?
immagine dal web
 O questa?
immagine dal web
Appena sposata fantasticavo sulla possibilità di decorare la mia di casa, su ghirlande, festoni, luci e alberi. Poi la realtà era diversa, pochi soldi, poco tempo, poca creatività, ma qualcosina riuscivo a fare.

Tutto questo fino al grande sconvolgimento epocale rappresentato dall’arrivo dei bambini. Che i miei devono essere nati con il gene dei distruggitori di alberi di natale. Che immancabilmente casa Piselloni si trovava il 1 dicembre con un bell’alberello decorato di palline e pupazzetti e il 6 gennaio con un alberello, punto. E mica tanto bello. Le palline? Per terra, frantumate, e MaschioAlfa che bestemmiava in turco se se le trovava sotto i piedi? Decorazioni in innocuo feltro? Divelte e sparse per la casa. Gnometti barbuti? Emigrati. Pacchettini di Natale tanto carucci comprati all’Ikea? Scartati e, scoperto che erano fatti di polistirolo, sbriciolati. Proviamo a coinvolgere i bambini, facciamo fare a loro le decorazioni! Sì, bravi, come se fosse servito a qualcosa.

Così, per farla breve, quest’anno mi sono rotta le palle, tanto per stare in tema, e, dopo un giro su pintertest, ho dato avvio all’operazione ALBERO DI NATALE ALTERNATIVO.

Ossia.

Ho comprato un pezzo di compensato, 1 m. per 1,5 m., spessore 4 mm.

Ho disegnato la sagoma di un abete.

L’ho fatto ritagliare dalle abili mani del nonno.

Ho comprato dello smalto all’acqua verde brillante e 3 pennelli.

Ed eccoci alla realizzazione della fase 1:


Asciugato del tutto l’albero, ho piantato dei chiodini e ci ho appeso varie minchiate accompagnate da qualche foto dei bambini scattate nel corso del 2013.

Ho fatto un casino buchino sul muro e l’ho appeso, ad altezza inarrivabile per mani barbare.

Eccolo qua:



L’idea sarebbe quella di appenderci ogni anno foto e piccole decorazioni che ricordino l’anno appena trascorso…

Soprattutto ad oggi, 19 dicembre, è ancora integro. Ed per me è già un miracolo…



In più, in questi giorni, succede che la Regione Veneto ci dà dei contributi per assumere per qualche mese dei disoccupati. Succede che io lavoro all’Ufficio Personale di un Comune e con le mie colleghe presentiamo una rosa di otto persone. Succede che chiamo io queste persone al telefono, una per una. “Signora, abbiamo pensato a lei…per sei mesi…25 ore alla settimana…non sono tanti soldi, sono 700 euro…quando vuole passi da me a firmare”. Il giorno dopo sono venuti tutti, tutti e otto. E la gioia nei loro occhi, no, non riesco a descriverla. Ecco…mi sento un po’ Babbo Natale anch’io…

lunedì 9 dicembre 2013

Le relazioni pericolose



“Sai, mamma, Alessio ed Aisha sono inmorosati!”

“Veramente? Che bella cosa! E tu, Checco, di chi sei innamorato?”

“Di Ebenezer”.

“Ah. Ma, amore, lo sai, vero, che Ebenezer è un maschietto? Non sei innamorato anche di qualche femminuccia?”

“No, io voglio molto bene a Ebenezer. Sono inmorosato con Ebenzer. Anche tu, papà, vuoi molto bene allo zio Ivan, lo zio Ivan è tuo moroso”.

“No, Checco. Io voglio molto bene allo zio Ivan, lo zio Ivan è il mio migliore amico. Io sono innamorato della mamma”.

“Anch’io sono innamorato della mamma”.

mercoledì 4 dicembre 2013

Ho letto: Le abitudini delle volpi

Le abitudini delle volpi

E’ doverosa una premessa.
Il commissario protagonista dei romanzi di Indridason è Erlendur, un uomo solo, solitario, malinconico e triste, dal carattere cupo e schivo. L’animo di Erlendur è tormentato da un tragico episodio del suo passato: quando aveva all’incirca dieci anni era andato nella brughiera con suo padre e suo fratello più piccolo. Ad un tratto erano stati sorpresi da una tempesta di neve, lui teneva per mano il fratellino ma senza che se ne accorgesse ha lasciato la presa e del bambino, Bergur, non si è più trovata traccia.
Questo fatto ha segnato la vita di Erlendur nel profondo, maturando un angosciante senso di colpa che non lo ha mai lasciato e lo ha accompagnato anche nel suo percorso professionale, tanto da infondergli un interesse quasi morboso per tutti i casi di persone scomparse nel nulla.
Nel penultimo e nel terzultimo romanzo di Indridason il lettore viene a sapere che Erlendur è partito per un viaggio nelle terre della sua infanzia nella speranza di far luce su quanto accaduto a suo fratello. Ed infatti in questi due libri le indagini, e il ruolo di protagonista, sono affidati rispettivamente a Sigurdur Oli ed Elinborg, braccio destro e sinistro del commissario.
E poi, finalmente, esce Le abitudini delle volpi, e seguiamo Erlendur nel suo viaggio, e nel suo percorso interiore alla ricerca di un barlume di serenità.
C’è anche un’altra storia che viene narrata, quella di una donna scomparsa 60 anni prima e mai ritrovata, un mistero su cui il commissario riuscirà a far luce. Ma non è questo il succo del libro.
Se non avete mai letto Indridason vi sconsiglio di partire da questo, perché lo si apprezza a fondo solo dopo aver conosciuto, e amato Erlendur e il suo dramma interiore.
Il finale è struggente. E bellissimo.

martedì 26 novembre 2013

Un modo alternativo per trascorrere la domenica sera



Domenica. Casa Piselloni, ore 20.30.
Le due piccole pesti barra terremoti ambulanti barra unni inferociti, in pieno delirio post cena o pre nanna giocano a rincorrersi intorno al tavolo. La mamma è seduta sul divano a guardare, lei, l’odiosa peppa maiala, lamentando la totale assenza di alcun programma Tv minimamente interessante in prima serata e contando i minuti che mancavano alla messa a letto delle bestie. Il papà si sta preparando la cartella per il giorno dopo.

SBANGSBATANGSBADAMSBONGBAM.

E che cazz… Ma che è sto cas…. Checco per la mis…
Oh mio dio. Checco si rialza da terra con le dita sporche di sangue. Uno sguardo al suo visino e tutto si fa chiaro: un bel taglio sul mento, uno di quelli che il cerotto non basta.

Un urlo per chiamare il papà. Un nanosecondo per decidere la puntata in pronto soccorso. Un minuto per infilarci, tutti e quattro, scarpe e giacca e si parte. Tappa dai nonni paterni per lasciare il Paio e su in ospedale.
Ora, non sono un’esperta di anatomia ma presumo che nella zona del mento passino pochi vasi sanguigni e poche terminazioni nervose. Il sangue uscito ha appena macchiato un lembo di fazzoletto e Checco non si è mai lamentato per il dolore. Fortuna nella sfortuna, dicono.

Ovviamente la sala d’attesa del pronto soccorso è piena di gente. I bambini hanno la precedenza, ci rassicurano. Solo che se continuano ad arrivare ambulanze la precedenza va, giustamente, a loro e tu, con il tuo codice verde, finisci in coda. Che poi, grande minchiata questa cosa dei colori. Voglio dire, se i bambini hanno la precedenza facciamo che ai bambini date il giallo, così sono legittimati a passare per primi. E’ inutile che mi date il verde tanto quanto gli altri, ed il numerino tanto quanto gli altri e poi mi fate passare prima di tutti gli altri. Perché se io fossi stata quella povera ragazza che si era chiusa il dito nella portiera della macchina e si era letteralmente scorticata l’unghia, se dopo quasi quattro ore che aspetto mi passa davanti un bambino “codice verde” arrivato due ore dopo di me…beh un po’ mi sarebbero girate le palle, e a ragione. Qualcuno mi potrebbe far notare che a predicar bene sono capaci tutti e che io per prima avrei dovuto cederle il nostro posto. Anche no, rispondo io, visto che a star male era mio figlio e che quando  si sta male vale il detto ognuno per sé e dio per tutti. Chiusa la parentesi.

Comunque. Le nostre due orette in sala d’attesa non ce le toglie nessuno. Checco si beve praticamente tutta l’acqua della tanica dichiarando che in ospedale l’acqua è deliziosa. Si distrae con un reportage fotografico sul raddrizzamento della Concordia. Io rimpiango di non avere in borsa, come spesso succede, un libro da leggere. MaschioAlfa trova qualcuno con cui conversare. Mando un sms a mio padre e dopo dieci minuti mi vedo arrivare lui, mia madre e mia zia e fatico le mie sette camicie per convincerli ad andare a casa. Verso le undici ci fanno finalmente entrare in ambulatorio. Risulta subito chiaro anche ai medici che ci vogliono dei punti. Il mio ometto non batte ciglio; sdraiato sul lettino osserva incuriosito gli strani strumenti disposti sul carrello, il liquido marrone che imparerà essere un disinfettante, la siringa con l’anestesia, l’ago e il filo. Ed eccolo qui, dopo il ricamino:

Quando ritorniamo in sala d’attesa realizziamo che, per fortuna, la ragazza con l’unghia scorticata era stata chiamata.
Passiamo a riprendere il Paio da mia suocera la quale suocera, nel frattempo aveva acceso tutti i lumini che aveva in casa e recitato tutte le preghiere di sua conoscenza. Ed era solo un taglietto.
Torniamo a casa, i bambini crollano in macchina, mamma e papà non hanno il minimo accenno di sonno, nonostante sia passata la mezzanotte. Ci facciamo un bicchiere di coca rum e ci mettiamo a far zapping. Alla fine siamo rimasti svegli fino all’una e mezza a guardare un film con Richard Gere.
La mattina dopo abbiamo tutti un sonno della madonna…

lunedì 11 novembre 2013

1 ora. 60 minuti.



E così, dopo tre mesi di allenamento, sono arrivata a correre la bellezza di un’ora. Un’intera ora. Senza mai fermarmi.
Io, che alla campestre arrivavo ultima. Io, che mi sono fratturata la caviglia cadendo dalla cavallina. Io, che ho rischiato di essere rimandata in educazione fisica. Io, che i miei mi portavano a camminare in montagna e non facevo altro che brontolare e imprecare fino alla vetta. Io, che il divano di casa ha la forma esatta del mio fondoschiena. Io, che iniziavo e MAI finivo gli abbonamenti in palestra. IO HO CORSO UN’ORA DI FILA.
Autoapplauso.
Sono d’obbligo i ringraziamenti:
  1. Grazie a Bruce Springsteen, che mi ha fornito la migliore playlist di sempre;
  2. Grazie alle mie scarpe da ginnastica, comprate anni fa a New York. Siete state fantastiche, avete fatto il vostro dovere. Ora riposatevi pure che mi merito un paio di scarpe nuove…;
  3. Grazie alla mia ipofisi che in questi tre mesi ha prodotto una quantità tale di endorfine da permettermi di non stufarmi mai, anzi;
  4. Grazie al mio Comune che ha costruito una pista ciclabile niente male;
  5. Grazie a mio marito, che bada ai bambini mentre corro.
  6. Grazie alle mie caviglie, che tengono botta nonostante l’avvicinarsi degli anta.

E adesso? Adesso non vedo l’ora che arrivi domani per ripetere l’impresa.

mercoledì 30 ottobre 2013

Mi parte l'embolo 2. Suche e campi santi



Voglio inaugurare con questo post una nuova rubrica (o a new segment come direbbe David Letterman) che si intitolerà “Mi parte l’embolo”. In pratica ne approfitterò per dire la mia modesta ed incazzosa opinione su un argomento che mi sta particolarmente a cuore.
Questo è già il secondo episodio della rubrica perché, in realtà, il primo embolo mi era partito già l’anno scorso quando mi scagliai contro le talebane dell’allattamento.


Ma veniamo a noi.
Domani è Halloween. Già da qualche giorno siamo circondati da zucche, fantasmi, streghe e ragnatele. Ricette mostruose nei siti di cucina, maschere, scheletri e spade nei negozi di giocattoli, zucche intagliate nei mammy blog.
Poco male. E’ il consumismo, baby. Del resto la stessa solfa si ripete a Natale, San Valentino, Festa della mamma e Festa della porchetta. Qualche giorno di bombardamento mediatico e poi il nulla.
Personalmente ho imparato a fare orecchie da mercante. Se una cosa mi interessa la leggo, altrimenti passo. C’è però immancabilmente chi storce il naso, per usare un eufemismo, ed altrettanto immancabilmente sputa la seguente banale stupida e, se vogliamo, mica tanto veritiera frase: “E’ solo una festa commerciale…”
Ad Halloween però le cose si complicano. Perché Halloween, festa praticamente nazionale oltreoceano, è arrivata in Italia solo da pochi anni ed è quindi, per molti, ancora una novità. Perché in Italia va di moda essere anti americani. E perché in Italia festeggiamo il giorno di Ognissanti. Ecco quindi che in questo periodo dell’anno una schiera di fondamentalisti cattolici si arma di crocifissi e rosari e conduce una assurda battaglia contro le zucche. E organizzano addirittura delle veglie di preghiera nella notte delle streghe per pregare per quei dannati che si vestono in costume e vanno a ballare o contro quei poveri bambini che bussano alle porte dei vicini in cerca di un cioccolatino.

Ma stiamo scherzando?!?!?! (ecco, l’embolo è partito). E badate bene che sono cattolica anch'io...

Per prima cosa: ma sapete leggere i calendari? Halloween è il 31 ottobre, Ognissanti il 1 novembre. Sono due giorni diversi, come Natale e Santo Stefano, Pasqua e Pasquetta, 25 aprile e Primo maggio. Due giorni diversi, due feste diverse. Non ci piove. E non venitemi a parlare della festa dei morti che quella è addirittura due giorni dopo.
Seconda cosa: una festa non esclude l’altra, anche se una è sacra e l’altra profana. Non succede così praticamente tutti i week end ?(no, scusate, fine settimana, che voi l’americano non lo parlate). Non succede anche a voi e ai vostri figli che magari il sabato si esce, si va a ballare, si beve un po’ e poi la domenica si va in Chiesa? Non succede anche a Natale che prima c’è la Messa e poi il pranzo coi parenti condito di ben poco sacri panettoni, spumanti e regali?
Terza cosa: ma che male vi hanno fatto le zucche? Oltre ad essere buone non sono anche tanto belline e decorative? Non sono di stagione anche da noi? Non è l’arancione un colore che ben si sposa con i colori della natura in questo periodo? Perché non decorarci anche il salotto?
Ma soprattutto: perché non vi fate un bel piatto di cazzi vostri?

Ok, embolo rientrato.

A casa Piselloni domani sera faremo una festicciola di Halloween solo noi quattro, e mangeremo porcherie seduti per terra. I bambini si vestiranno in maschera ma non ci sarà nessun jack O’Lantern perché sono una frana con il coltello e comunque la zucca preferisco mangiarmela. Poi venerdì andrò a Messa, visto che è pure il mio turno per leggere la lettura.
Forse il meglio di tutti è mio figlio Checco che Halloween lo pronuncia Aulin. Ecco, prendiamocene tutti quanti una bustina disciolta nel prosecco…

Buon Aulin a tutti! E al prossimo embolo.

Informazione di servizio: “suche” è “zucche” in dialetto veneto.

martedì 22 ottobre 2013

Anche noi



Ebbene sì, ci siamo dentro anche noi. Siamo entrati nel vortice e dio sa quando ne usciremo, se ne usciremo.
Lo leggevo sui blog, lo vedevo in televisione. Un po’ mi chiedevo quando sarebbe toccato ai miei figli e, di conseguenza, a tutta la famiglia. Mi sorprendevo che a quattro anni Checco non fosse ancora stato contagiato.
E mi chiedevo quanto questo avrebbe influito sul nostro menage familiare, sui discorsi a tavola, sui programmi da vedere in tv.
E’ iniziato, forse, con un cartone animato, poi è stata la volta di quel pupazzo comprato a Verona, il libretto che già avevamo in casa ed un altro, molto più specifico comprato nuovo di zecca, per finire con youtube, filmato dopo filmato, dai documentari del National Geografic alle canzoncine sceme, a pezzi di un vecchio ma sempre bellissimo film.
Sì, ci siamo dentro. I miei figli hanno scoperto i DINOSAURI. Vi prego, salvatemi.


P.S. Il vecchio e bellissimo film è, manco a dirlo, Jurassic Park. Vent’anni e non sentirli.

giovedì 10 ottobre 2013

Apologia del centro commerciale



Un centro commerciale è un complesso edilizio omogeneo nel quale si concentrano numerose attività commerciali quali punti vendita di grande distribuzione organizzata, negozi specializzati, cinema, ristoranti, banche e servizi. (cit. Wikipedia).

Si narra che l’invenzione del centro commerciale risalga ad una coppia di imprenditori del New Jersey i quali, in prossimità delle feste natalizie, portando a passeggio per le strade della loro città i loro gemellini di due mesi, si siano trovati improvvisamente nella impellente necessità di cambiare il pannolino di uno dei piccoli. Essendo troppo freddo per cambiare il bambino in equilibrio su una panchina, i due si misero alla caccia di un bar con un bagno provvisto, se non di fasciatoio, quantomeno di una parvenza di tavolino, ma la ricerca fu vana. Mentre il gemello col pannolino pieno di cacca piangeva disperato l’altro si rese immediatamente conto di avere fame. La medesima coppia quindi si rifugiò in un bar, peraltro stracolmo di clienti, e la mamma attaccò il bimbo al seno cercando di non dare troppo nell’occhio. Cosa, questa, che evidentemente non riuscì, stanti gli sguardi di riprovazione che riceveva da questo o da quell’altro avventore. In quel momento il padre notò, in un angolo del bar, una famigliola; i malcapitati genitori cercavano disperatamente di bere un caffè e contemporaneamente arginare l’irruente vivacità dei loro pargoletti che non ne volevano sapere si stare seduti al tavolino e bere il loro bicchiere di succo. Tutto questo ancora sotto gli sguardi di riprovazione che ricevevano da questo o da quell’altro avventore del bar.
Tornati finalmente a casa e ripresisi dall’allucinante pomeriggio i due imprenditori si attivarono per la
costruzione di un’area coperta dove le famiglie potessero dedicarsi allo shopping, ma dove ci fosse un’adeguata attenzione verso i più piccoli. In questa neonata area commerciale, il cui nome sembra fosse Welcome Children, predisposero dei bagni per i bambini con fasciatoio e servizi su misura, degli spazi gioco, dei locali di ristorazione con menu personalizzato, panchine e divanetti per riposarsi ed eventualmente allattare.


 Altre fonti, invece, sembrano far risalire l’introduzione del centro commerciale ad un gruppo di pediatri del North Carolina esasperati dalla fila di bambini mocciolosi e catarrosi che soggiornava perennemente nelle sale d’attesa dei lori studi. Una volta appurato che l’origine di questi malanni era un pomeriggio trascorso entrando ed uscendo a rotazione in negozi con una temperatura media di 25° quando all’esterno si stava sullo zero o di 15° quando fuori l’afa e il tasso di umidità producevano un microclima da sauna finlandese, decisero di unire le proprie forze e i propri pingui conti corrente per ristrutturare un vecchio calzaturificio dismesso e dare in gestione gli spazi ricavati a piccoli commercianti locali che aprirono lì la loro attività. Il risultato fu un’immensa area coperta (sembra che il nome di questo prototipo di centro commerciale fosse S.C.E Same Climate Everywhere)  riscaldata in inverno e climatizzata in estate dove entrare ed uscire dai negozi agevolmente, e dove fosse possibile dedicarsi allo shopping anche nei grigi pomeriggi di pioggia permettendosi il lusso di lasciare l’ombrello in macchina.

Alcuni studiosi hanno riscontrato come nella nascita dei centri commerciali un grosso imput sia arrivato dalle associazioni di disabili i quali auspicavano un’area priva delle barriere architettoniche rappresentate da quei piccoli dislivelli che si incontrano spesso all’ingresso di un negozio, dislivelli che, quasi insignificanti per chi li fa camminando, diventano insormontabili per una sedie a rotelle (o per un passeggino ndr).

Nel giro di pochi anni il fenomeno dei centri commerciali si diffuse rapidamente in tutto il mondo tanto da diventare un vero e proprio fenomeno di costume. In particolare si nota come la fruizione degli stessi abbia progressivamente perso l’esclusività del commerciale in senso stretto per connotarsi come luogo di incontro e di aggregazione.
Come scrive la nota blogger Silvia Amoricolpisello nel suo pamphlet “Dalle piramidi egizie alle Piramidi di Torri di Quartesolo. Importanza del centro commerciale nella società contemporanea”, il centro commerciale è ad oggi meta prediletta da adolescenti e da famiglie. Gli uni trovando in esso un diversivo rispetto alle “quattro vasche” in centro, diversivo peraltro molto spesso più conveniente per le loro magre tasche, le seconde riuscendo a conciliare uno shopping a condizioni vantaggiose (gli ipermercati che si trovano all’interno dei centri commerciali hanno sovente prezzi competitivi) ed un ambiente a portata di tutti.

A  chi obietta che trascorrere il pomeriggio rinchiusi in un centro commerciale possa essere nocivo per il
benessere psico fisico dell’individuo e che piuttosto sia da preferire una passeggiata in campagna o una visita al museo, la succitata blogger, nel suo celebre saggio “Analogie e differenze tra gli spaghetti all’amatriciana e l’Happy Meal”, risponde che una cosa non esclude necessariamente l’altra e che la scampagnata all’aria aperta risulta difficilmente attuabile in caso, per esempio di temperatura equatoriali o siberiane. Senza contare che un paio d’ore di shopping non hanno mai ucciso nessuno.  

martedì 8 ottobre 2013

Ho letto: Alla fine di un'infanzia felice


Alla fine di un'infanzia felice

Raramente leggo autori italiani. Trovo che siano troppo “provinciali”, troppo campanilisti, e che manchino, quindi, di quel respiro internazionale che caratterizza, per esempio, gli scrittori americani in primis, ma anche gli anglosassoni e i nordeuropei.
Questo però mi incuriosiva. L’ho preso in biblioteca e la sua lettura non ha deluso le mie aspettative.
Al di là dello stile, molto ricercato ma nello stesso tempo di facile comprensione, quello che mi ha catturato è stata soprattutto l’originalità della trama. La storia parte descrivendo Guido, un professore friulano, collaboratore di una casa editrice, che riceve un manoscritto da vagliare per la pubblicazione. L’autore è un certo Sergio Casagrande che Guido ricorda essere un amico d’infanzia.
Un po’ scocciato inizia la lettura. Il manoscritto è diviso in tre sezioni. La prima racconta alcuni episodi dell’infanzia dei due episodi nei quali Guido si riconosce. La seconda cambia totalmente tono e narra di un tradimento e di una torbida storia d’amore. La terza parte riporta al presente descrive con impressionante precisione alcuni aspetti della vita di Guido, dimostrando come Sergio, l’autore del manoscritto si stia lentamente e subdolamente intrufolando nella sua vita. A questo punto il confine tra realtà e finzione si assottiglia sempre di più…

martedì 24 settembre 2013

Il viaggione a Barcellona



"Alloggeremo in un appartamentino in affitto e per 10 giorni vivremo là, a Barcellona, un po’ turisti un po’ no, ma sempre noi quattro, in giro per una città straniera che faremo il possibile per chiamare “casa”, almeno per un po’". 

Così scrivevo il 3 luglio nel post di presentazione delle nostre vacanze.

A più di due mesi dal ritorno posso proprio dire che ci siamo riusciti…

Merito del nostro bellissimo appartamento, fornito di tutto il necessario, elettrodomestici, stoviglie, bagnoschiuma, candele profumate, dei padroni di casa gentilissimi che ci hanno cambiato tutti gli asciugamani, le lenzuola e i canovacci a metà soggiorno, quasi meglio che a casa nostra…


Merito del barrio (quartiere) di Gracia, in cui abbiamo alloggiato, lontano dalla Rambla, dalla Sagrada Familia, dal flusso dei turisti, ma proprio per questo così autentico, vero, e soprattutto vivo.
Un quartiere meta degli studenti Erasmus, e quindi pieno di ristorantini etnici, di centri culturali, di biblioteche, di scuole di ballo.
Un quartiere giovane, scelto dalle famiglie per la sua tranquillità, con minimarket ad ogni angolo, con un grande e coloratissimo mercato al coperto dove ogni mattina scendevamo a comprare il pane e il chorizo.
Un quartiere spagnolo, dove c’è vita ad ogni ora del giorno e della notte, dove si esce sempre e comunque, anche solo per quattro passi, dove anche a tarda sera trovi intere famiglie con bambini di tutte le età a divertirsi in piazza, gli adulti a bere mojito, i piccoli a scorrazzare liberi o giocare al parco giochi (ce n’è uno praticamente in ogni piazzetta…).


Merito della mentalità spagnola, forse più libera, più tranquilla, più scialla della nostra. E quindi, lasciatamelo dire, più a misura di bambino. Nessuno si fa problemi a portare i figli al ristorante, perché sanno per certo che ci troveranno altre famiglie. Nessuno si fa problemi se il figlio urla, o piange, perché nella stessa sera altri bambini urleranno e piangeranno, che male c’è.
Magari non sono così organizzati come ad esempio in Svezia, magari non ci sono i fasciatoi in tutti i bagni, o i seggioloni al bar. Ma i bambini sono i benvenuti, ovunque. Entrano gratis dappertutto, tanto per dire.
E poi trovi un parco giochi come questo.
 Una vasta area recintata all’interno dello splendido Parc de la Ciutadela. Giochi di ogni genere messi lì, a disposizione dei bambini, liberi di farci l’uso che meglio credono, animatrici che organizzano una piccola ludoteca, insomma, un paradiso…
 
Merito di Barcellona, una città che è davvero bella, e merito di un tale Anton Gaudì, che con il suo genio creativo ed eccentrico l’ha resa unica.



Merito loro, dei miei fantastici bambini, che da piccoli grandi viaggiatori si sono adattati a tutto.

Alla metropolitana

Al cibo locale (no, dico, i churros con la cioccolata calda non sono da orgasmo?!?!?!?!)

Ai musei

Alla vita all’aria aperta


E anche un po’ merito nostro, che abbiamo capito che guardare il mondo con gli occhi di un bambino è come colorarlo di meraviglia, e di magia.

Direi che un mojito ce lo siamo meritato, o no?

giovedì 19 settembre 2013

Il viaggione a Barcellona. Parte prima: l'organizzazione



Dei motivi per cui abbiamo scelto di andare a Barcellona ho già parlato qui. Passo quindi direttamente alle fasi preparatorie del viaggio.

Il biglietto aereo.

Una famiglia di quattro persone che disponga di un budget medio per le proprie vacanze si vede quasi costretta a volare con la Ryanair. Problemi zero, basta adattarsi un pochino e usare alcune accortezze per rendere il viaggio abbastanza agevole. Una di queste consiste nel prenotare i posti a sedere, cosa possibile non da moltissimo spendendo la “modica” cifra di 10 € a persona e a tratta (10 € per 4 persone andata e ritorno= 80 €). Il vantaggio è duplice: da un lato si entra di diritto nella fila di imbarco prioritario, risparmiando la terrificante bolgia di assatanati che si ammucchiano al gate per salire per primi sull’aereo. Dall’altro ci si può sedere in quelli che, a mio parere, sono i posti migliori per i bambini, la prima fila a destra, con ampio spazio davanti per muoversi e per giocare.


I bagagli.
Si sa. La Ryanair ha delle regole piuttosto ferree per quanto riguarda i battagli. Diciamo pure naziste. Nonostante questo l’anno scorso eravamo sopravvissuti ad un viaggio in Lapponia per il quale avevo dovuto portar via sia cambi leggeri che pesanti e per il quale, soprattutto disponevamo di un bagaglio a mano in meno, essendo il Paio under 2.
Quindi quest’anno ero fiduciosa e ottimista. Talmente fiduciosa e ottimista che al momento della prenotazione ho pensato bene di prenotare un bagaglio di 15 kg per la stiva, anziché 20.
E brava fessa. Perché, nonostante disponessimo di un bagaglio a mano in più, nonostante ci fossimo portati via solo abiti estivi, nonostante sapessimo di disporre di una lavatrice e quindi avessimo limitato il numero dei cambi, la valigia da caricare in stiva pesava 7-8 kg vuota, 17 piena…
Alla fine, comunque, ce l’abbiamo fatta: all’andata trasferendo un po’ di roba nei già colmi bagagli a mano, al ritorno buttando via un paio di asciugamani…
Che poi l’origine di tutti i problemi sono…

Le valigie dei bambini.
Già. Quando sono piccoli hai la grossa rogna di portarti via tutte quelle diavolerie che servono ai neonati, ed è una rogna talmente grossa che spesso si lascia perdere l’aereo e si noleggia direttamente un furgone.
Superata questa fase uno crede di essere fuori dal tunnel…e invece no! Perché i bambini grandi, se non hanno più bisogno di pappette e biberon hanno però bisogno di un milione di giochi, senza i quali non stanno fermi, si annoiano, e quindi scassano la minchia all’inverosimile, non solo in aereo, ma per tutta la durata della vacanza.
Quando si prepara una valigia per i bambini, quindi, bisogna tenere conto della necessità di farci stare non solo i loro vestiti, ma soprattutto i loro giocattoli, quelli vecchi, di casa, ed anche qualcuno di nuovo, acquistato all’uopo.
In più, per quanto tu possa comprare ai tuoi figli delle bellissime valigette fatte apposta per loro, colorate, a forma di animali, ergonomiche, puoi pur star certo che se se le portano cinque minuti già sono bravi. Per il resto tocca ai poveri genitori.

Eccoli qua i due soci entusiasti delle loro valigie nuove. Tutta apparenza, ovviamente: all’aeroporto loro due belli come il sole ed io e MaschioAlfa carichi di 1 valigione, 2 zaini, 2 bagagli per bambini, 1 passeggino…

La sistemazione.
Devo ammetterlo. Io e MaschioAlfa siamo sempre stati tipi da albergo. Magari ci piaceva cercare quelli più caratteristici, a conduzione familiare, non troppo cari, ma abbiamo sempre prenotato in albergo.
L’anno scorso, per il viaggio in Lapponia, abbiamo avuto la botta di culo di essere ospitati a casa di alcuni amici. Anzi, questi amici la casa ce l’hanno addirittura lasciata alcuni giorni mentre loro erano in montagna. Ed il viaggio è stato così bello, e rilassante, per nulla faticoso, proprio il fatto che non abbiamo fatto grandi cose, abbiamo “semplicemente” traslocato temporaneamente la nostra vita, la nostra routine, la spesa al supermercato, il giro al parco giochi, la passeggiata, le corse in giardino, in un altro paese.
Ci siamo resi conto che per una famiglia l’appartamento, o la casa, è l’ideale anche quando ci si allontana dalle classiche mete mare-montagna. Non solo per quello che si risparmia, e non è poco, non solo per la maggiore libertà negli spostamenti, negli orari, nelle regole da rispettare. E’ l’ideale perché dà l’opportunità di vivere pienamente dentro la città che visiti, dentro la cultura che ti ospita, in mezzo alla gente che stai cercando di conoscere.
Così, gira e rigira per il web, ho trovato e prenotato questo, e direi che le immagini parlano da sole…

Continua...