Al mio piccolo artista, al sognatore.
Al mio ricciolino biondo, cui il sole ha fatto spuntare delle meravigliose lentiggini.
Al mio piccolo con un animo sensibile ed emotivo.
Al mio testone capriccioso.
Ai tuoi occhioni luccicanti, e a quell'incredibile sorriso che avevi stamattina quando ti sei svegliato.
Al mio bambino grande, che oggi compie cinque anni e che amo ogni giorno di più.
Tanti auguri.
giovedì 5 giugno 2014
venerdì 21 marzo 2014
TRE
Buongiorno Trippone!
Lo sai che oggi è il tuo compleanno, vero?
Sicuramente ti sveglierai con il tuo solito
ottimo umore, cantando ancora prima di aprire gli occhi. E poi mi farai la
domanda fatidica: “Oggi io COSA vado?”. Appena ti risponderò “A scuola!” il tuo
umore cambierà in meno di mezzo secondo e l’ira funesta si impossesserà di te. “No
voio! No voio” con lacrime finte e urla da svegliare il quartiere.
Ma dai, sciocchino, che in realtà il nido ti
piace tantissimo, e sei anche un po’ innamorato della Stefi, la tua maestra…E
poi oggi devi portare la torta e tutti i bambini ti canteranno tanti auguri. Vedrai
come ti divertirai!
Ti porterò io a scuola, ma prima ci fermeremo,
come al solito a prendere il pane; lungo il tragitto mi racconterai un sacco di
cose e canterai a squarciagola canzoni nella tua personale interpretazione della
lingua inglese. E quando verrò a prenderti, all’una, so già che mi regalerai
uno dei tuoi bellissimi sorrisi.
“Cos’hai mangiato oggi a scuola?” “CACCA E PIPI’”.
Ed eccolo qua il furbetto che emerge! Quanto ti piace prenderci per il culo… Ma
non si diceva che i bambini l’ironia non la capiscono?
Mi fai morire dal ridere quando ti dico di fare
una cosa e tu fai finta di non capire e sfoderi un Eh? che di più sbruffone non
c’è.
Mi fai meno ridere quando ti sgrido e in tutta
risposta tu mi dai della stupida o cominci a darmi pedate sugli stinchi.
Mi fai ancora meno ridere quando ti meni con tuo
fratello. Che poi lo sappiamo bene quanto sei attaccabrighe e che se Checco
reagisce è perché proprio gli urti i nervi…
Ti voglio un bene dell’anima, lo sai, vero? A
volte ti guardo e ti mangerei di baci da quanto sei bello e coccolone.
Buon compleanno cucciolotto. Ti prego, non
crescere così in fretta…
mercoledì 19 marzo 2014
Ho letto...
Non ho più aggiornato la rubrica dei libri che ho
letto. Che vergogna…
C’è un denominatore comune nelle mie ultime
letture: sono stati romanzi di autori che conoscevo, e che amavo, ma che
nonostante questo mi hanno deluso.
Eccoli qua:
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| ALTA TENSIONE |
Un post
anonimo su facebook che mette in dubbio la paternità di un bambino non ancora
nato. Il padre del bambino che scompare nel nulla. Un duo rock in decadenza. La
misteriosa morte di una ragazza. La malavita di New York.
Coben è un grandissimo autore di thriller. La sua
genialità sta nel riuscire a tenere il filo della suspence talmente teso, fino
all’ultima pagina, da non riuscire a chiudere il libro. Questo invece è
diverso, la storia fatica a decollare, poi per carità ingrana ma resta comunque
sotto tono rispetto agli altri cui ero abituata.
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| LA DONNA E' UN'ISOLA |
Una
traduttrice appena separata incapace di restare senza sesso più di due giorni.
La sua amica incinta di due gemelle che le affida il suo bambino più grande
leggermente disabile. La vincita alla lotteria e un viaggio insieme al bambino.
Di questa autrice avevo letto l’anno scorso Rosa
candida, e mi era strapiaciuto. Avevo quindi grandissime aspettative, tutte
tristemente deluse. Ci ho messo un’infinità a finirlo perché non riuscivo a
capire dove si volesse andare a parare. Un libro che non è né carne né pesce, è
poco verosimile, ma non è un fantasy, non è drammatico, non è “rosa”, non è un
romanzo di formazione, se voleva essere una favola l’esperimento è riuscito male.
La protagonista è alquanto antipatica e la trama talmente assurda che già me la
sono dimenticata. In appendice si trova una raccolta di ricette islandesi
citate nel romanzo: ecco, sono più interessanti quelle di tutto il resto del
libro…
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| LA MANO |
Una casa
in vendita. Lo scheletro di una mano che spunta dal terreno in giardino. Le
indagini, indietro di cinquant’anni. Una triste storia familiare.
Mankell è Mankell. Punto. Anche qui. La scrittura
impeccabile, la trama avvincente, il meraviglioso Wallander. Il problema è che
questo non è un romanzo, è più un racconto. Sono 130 pagine in cui quello di
cui si sente veramente tanto la mancanza è la profondità psicologica che ha
sempre contraddistinto i romanzi di Mankell, le incursioni nell’animo dei
protagonisti, le riflessioni sulla vita in generale. La storia tiene, ma mi
aspettavo qualcosa di più.
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| NOVEMILA GIORNI E UNA SOLA NOTTE |
E’ un romanzo epistolare, il che lo rende ancora
più magico e suggestivo, per il non detto, per ciò che si può solo intuire, per
il lirismo che si respira nelle lettere.
Durante la prima guerra mondiale uno studente di
Chicago scrive una lettera ad un poetessa di Skye, in Scozia, per
complimentarsi dopo aver letto una delle sue raccolte di poesie. Inizia così,
tra David e Sue un’intensa corrispondenza che porta all’amore.
Durante la seconda guerra mondiale, dopo la
misteriosa scomparsa della madre, una ragazza cerca di ricostruirne la storia
partendo da un’unica lettera trovata nella sua camera, una lettera di un certo
David ad una certa Sue.
giovedì 20 febbraio 2014
Con una settimana di ritardo: il San Valentino della famiglia Piselloni
Mi sono francamente sempre stati un tantino sulle
palle quelli che San Valentino è solo una festa commerciale, e la festa
dell’amore è tutti i giorni, è solo un magna magna (mi era già partito un
embolo simile per Halloween, per cui vedrò di tenerlo a bada…). E non ci ho mai
visto niente di male nel ricordarsi, in un modo o nell’altro, del 14 febbraio.
Da morosi i promessi coniugi Piselloni vedevano
nel San Valentino un’occasione per uscire fuori a cena insieme, visto che da
squattrinati studenti universitari non è che si andasse al ristorante proprio
così spesso. Quindi sì, uscivamo, niente di particolarmente lussuoso o caro,
spessissimo, per dire, siamo stati al ristorante cinese. E poi sì, ci facevamo
un regalino, una stupidata da pochi euro, ma che bello aprire i pacchetti in
macchina e baciarci al lume di lampione… Il sesso sanvalentinesco…ecco, quello
dipendeva dai miei suoceri: se uscivano a cena e ci lasciavano casa libera, allora
ci stava, in caso contrario si saltava, visto che farlo in macchina a febbraio
anche no e visto che i miei genitori appartengono ai detrattori della festa di
cui sopra per cui restavano senza ombra di dubbio a casa.
Il primo San Valentino da sposati, anno 2005,
siamo usciti in pizzeria. E, mentre aspettavamo una pizza che non arrivava, col
nostro tavolo incastrato a tetris coi tavoli vicini, mentre mangiavamo una
pizza tutto fuorché buona, portata da un cameriere tutto fuorché cortese, il
nostro pensiero non poteva non andare alla nostra casa, alla nostra cucina, al
nostro divano, e, all’unisono, ci siamo detti: Ma chi ce lo fa fare?
Da allora non siamo più usciti per San Valentino.
Certo, lo abbiamo sempre festeggiato, ma a casa. Il più delle volte la pizza ce
la siamo fatta portare, un anno ho preparato un pic nic sul pavimento del
salotto, un altro siamo stati a cena da amici, un altro ancora abbiamo invitato
amici con prole per una cioccolata calda. Vicini vicini…
Quest’anno, dopo lo spritz home made, ho
preparato gli spaghetti con le polpettine, quelli del film Lilli e il
Vagabondo, e una torta rigorosamente a forma di cuore con cioccolato e lamponi.
Abbiamo cenato tutti e quattro insieme, e tutti e quattro insieme ci siamo
addormentati sul divano.
Poi, verso le due, il Paio ha cominciato a
vomitare. Così, per tutta la notte, abbiamo pulito vomito e cambiato lenzuola.
Più romantico di così…
lunedì 10 febbraio 2014
E son problemi!
Domenica mattina, ore 7.00. La famiglia Piselloni
al completo nel lettone.
Checco: “Mamma, il mio ciccetto è diventato
grande”.
Mamma: “Tranquillo, amore, la mattina è normale…”.
Paio: “Il mio ciccetto è diventato grande”.
MaschioAlfa: “Anche il mio!”.
Mamma: “La mamma saprebbe anche come risolvere il
problema del papà ma finché ci siete voi nel nostro letto non posso farci
niente…”.
Che dire, sono problemi. Problemi del c…..!
venerdì 24 gennaio 2014
Di sfighe e buoni propositi
Mi si perdoni se ho saltato il post di auguri
natalizi e il post di inizio anno, ma la morte di mio zio è stata una tegola in
testa di quelle da cui è difficile riprendersi e mi ha scombussolato un po’ i
piani.
Il 2 gennaio, dopo il funerale, pensavo che
quando si comincia l’anno con un funerale l’anno in questione non può andare
che in meglio. Seeeee.
Due giorni dopo mia suocera capitombola a terra e
si rompe il braccio. Che già rompersi il braccio, finanche il sinistro, sarebbe
una disgrazia di per sé. Ma se capita a mia suocera apriti cielo. Diamole il premio
di persona più sfigata d’Italia, che se lo merita, porella…
L’altro giorno, come se non bastasse, mio suocero
è stato operato a tre ernie, operazione prenotata già da tempo che non è stato
possibile rimandare. Così adesso mi trovo con una suocera menomata e un suocero
in ospedale. Evviva.
Il tutto ha avuto ripercussioni anche sul
planning della settimana, visto che la nonna paterna non può (e dio solo sa
quando potrà, porella…) tenermi il Paio, ed abbiamo quindi dovuto riorganizzare
i giorni al nido e i giorni con mia mamma. Sempre che non capiti qualcosa anche
a lei, che allora andiamo tutti direttamente a Lourdes.
Sfighe a parte durante le vacanze di Natale ci
siamo divertiti un sacco, certo con l’ombra della malinconia sempre appollaiata
sulla spalla, ma cercando di farlo pesare il meno possibile ai bambini.
Ci siamo fatti il nostro classico giretto a
Verona per vedere la stella cometa gigante
Quello al nostro centro commerciale di fiducia
Siamo usciti, meteo permettendo, in passeggiata
Ci siamo strafogati di porcherie
Natale con la mia famiglia, giocattoli a
vagonate, carta da regalo ovunque.
L’ultimo lo abbiamo passato con un paio di colleghi di MaschioAlfa, con relative
famiglie, a casa di uno di questi. Tutti e cinque i bambini, e tutti under 5,
sono rimasti svegli fino a mezzanotte passata!
Non sono mancati i classici buoni propositi per
il 2014:
Mi ero riproposta di leggere di più insieme ai
bambini, e ci sto riuscendo.
Mi ero riproposta di urlare di meno, ma ho già
miseramente fallito.
Mi ero riproposta di essere più costante nelle
pulizie di casa, e insomma, diciamo che ci sto riuscendo.
Mi sono messa a dieta. HAHAHAHAHAHAHAHA.
Vabbè, intanto siamo già arrivati alla fine di
gennaio, poi arriva febbraio, il mese che odio di più in assoluto (e per
fortuna che è breve), e poi marzo, con i primi giorni di primavera che spianano
la strada alla bella stagione e alle vacanze da programmare.
Per quest’anno non chiedo niente di più di quello
che ho già, che se fosse così già sarebbe meraviglioso.
lunedì 20 gennaio 2014
Una barzelletta in paradiso
“Non vedo l’ora di
morire. Questo non è un paese per vecchi”.
Avevi detto proprio
così, il giorno di Natale. Lo hai detto con quel tono da mezzo brontolone che
ti caratterizzava, che non si capiva mai se scherzavi o eri serio. Lo hai detto
perché a tavola c’erano troppi bambini e a te, ammettiamolo, davano un po’
fastidio.
E noi, infidi nipoti,
che così tanto ti amavamo, che facevamo a gara per sederci vicino a te, lo zio
scapolone, lo zio Crodaiolo, lo zio viaggiatore, lo zio che ti raccontava una
barzelletta prima ancora di dirti ciao, noi ti abbiamo risposto a tono: “Anche
noi, zio, che così ci lasci il soldi dell’eredità”.
Due giorni dopo ti
hanno trovato senza vita, nella tua cucina.
E scusa se te lo dico,
ma vaffanculo. Non doveva andare così. Proprio no. Perché tu hai avuto
esattamente la morte che desideravi, senza soffrire, senza ospedale, senza
medicine. Ma noi siamo rimasti qui, senza di te, a cercare un senso, una ragione,
in tutto questo. E a ricordare.
Ricordi che fanno
sorridere, ma che insieme feriscono, perché è troppo grande il vuoto che hai
lasciato.
Come quella volta che mi hai portato a Venezia che ero una bambina, tu
che Venezia l’hai sempre amata ed io che da allora ho imparato ad amarla così
tanto.
Come quella volta che mi hai portato a vedere Peter Pan.
Come quando, sempre da bambina, d’estate, venivo a stare qualche giorno
con te e la nonna e venivo ad aspettarti in strada quando tornavi dal lavoro,
alla sera. A cena si guardava il telegiornale e tu inveivi contro i politici, e
i delinquenti. “Coparli tutti!”, gridavi, mentre immaginavi i modi più trucidi
per fare giustizia.
Come quando hai accompagnato me e mio marito all’aeroporto, il giorno
che siamo partiti per il viaggio di nozze.
Come la lista della spesa che scrivevi in tedesco, per tenere fresca
una lingua che ti piaceva così tanto. E come quando ti chiedevo di ripetermi,
sempre in tedesco, 5555, che mi faceva sempre tanto ridere.
Come l’odore delle sigarette che fumavi, di una marca assurda,
sigarette da camionisti, le chiamavi.
Come le domeniche che venivi a pranzo dai miei, e non ti presentavi mai
a mani vuote. A volte portavi un libro: tenetelo voi, io l’ho già letto. E le
barzellette, una dietro l’altra, che, dopo tutti questi anni, alcune le
conoscevamo già, ma tu ne avevi sempre una di nuova in tasca. Le raccontavi
sempre, in ogni momento e davanti a qualsiasi pubblico, raccontavi anche
barzellette sulle vedove davanti a chi vedovo lo era veramente, ma chi se ne
frega.
Come le parole del
sacerdote, amico tuo, il giorno del tuo funerale: è la prima volta che Franco è
il protagonista, lui era sempre dietro, defilato. Ma in questa estrema umiltà
stava il tuo cuore immenso, puro e generoso.
Come le parole di quel
canto meraviglioso che Bepi De Marzi scrisse 50 anni fa, che tu cantavi insieme
ai tuoi Crodaioli e che io, adesso, ti voglio dedicare:
Dio del cielo
Signore delle cime
Un nostro amico hai
chiesto alla montagna
Ma ti preghiamo
Sul nel Paradiso
Lascialo andare per le
tue montagne.
Santa Maria
Signora della neve
Copri col bianco
soffice mantello
Il nostro amico, il
nostro fratello.
Su nel Paradiso
lascialo andare per le tue montagne.
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